Thomas Bendinelli
 
L’incremento dello smart working è una delle poche cose positive che ci ha lasciato il coronavirus. Non è questione di chiacchiere sulla crisi che è anche opportunità e via dicendo, ma più lavoro da casa implica maggiore conciliazione dei tempi di vita, meno traffico e inquinamento, meno stress e molto altro, se ben gestito e non trasformato in una dilatazione permanente del lavoro.
Ieri una indagine ad hoc fatta tra gli associati di Apindustria e curata dal Centro studi dell’associazione delle Pmi bresciane conferma che lo smart working è diventato, in questo momento, una opportunità in più a disposizione dell’impresa e dei lavoratori. Prima del lockdown le imprese che adottavano forme di smart working erano due su dieci, adesso sono il 45%, più del doppio. Prima c’erano otto imprese su dieci che non avevano nemmeno un dipendente in modalità smart, adesso ve ne sono poco più di una su due. Poi, e questo la ricerca non può che confermarlo, è ovviamente più semplice fare smart working per chi si occupa di amministrazione o marketing che non per chi lavora alla pressa o deve curare la logistica. Differenze di genere significative non ne emergono (mentre prima erano soprattutto donne), mentre il legame diretto c’è, e non è piccolo, tra competenze digitali e smart working. Più ci sono le prime, più arriva anche il lavoro a distanza. I vantaggi non sono pochi, le imprese non sono nemmeno preoccupate per il rischio calo produttività mentre tra gli svantaggi (possibile più di una risposta) ci sono sicuramente «la mancanza di relazione con altri dipendenti» (56%), «la limitata o assente capacità di connessione a internet» (39%) e «la mancanza di contatto continuo con il proprio superiore» (36%).
L’ultimo punto fa un po’ferriera di una volta, ma il presidente Douglas Sivieri osserva che in realtà nella necessità del contatto c’è anche la volontà di confronto per risolvere problemi in tempi rapidi. E che quindi Zoom e videochat non sempre sono una bella cosa. Il presidente di Apindustria mette però l’accento soprattutto sul gap digitale, a quelle quattro imprese che lamentano scarse connessioni internet dei dipendenti a casa: «È un dato che possiamo leggere anche per la didattica a distanza a scuola e per le difficoltà avute da ragazzi e famiglie: un problema di infrastruttura digitale enorme, che deve essere messo al primo posto di qualsiasi agenda».
Di qui l’affondo anche contro il governo, considerato assente al pari delle connessioni digitali: «Siamo in emergenza sanitaria dal 31 gennaio e si mettono a fare gli Stati Generali a fine giugno per dirci che cosa faranno a settembre? Ma hanno capito in che situazione siamo?». Non solo, e qui Sivieri vuole essere netto: «Sapete quanti imprenditori di aziende sotto i 40 milioni sono stati invitati? Nessuno e su questo ho detto tutto».
La preoccupazione è per l’autunno: «La cassa integrazione è troppo alta, vuol dire che le aziende vanno a basso regime. In Italia stiamo rischiando di perdere 2/300 mila lavoratori qualificati». Il timore è questo, i tempi sono molto stretti, per Sivieri occorrono scelte nette: «Il problema è che hanno anche una maggioranza sempre più risicata e vanno a chiedere soldi in Europa senza alcuna stabilità politica. Auguri».

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