L'intervista
Intorno all'ex Ilva lavora un intero indotto che ancora aspetta che si definiscano i rapporti tra il governo e ArcelorMittal
di Piero Ricci

«La situazione è estremamente grave. Già prima della pandemia la liquida à scarseggiava ma oggi, dopo oltre un mese di inattività, sembra avvicinarsi un baratro»: Carlo Maria Martino, ingegnere, ceo e fondatore della Tecnomec Engineering con sedi a Grumo Appula e Taranto, è il presidente della Confapi Puglia, l'associaizone che riunisce le piccole e medie imprese, non nasconde le insidie che si nascondono sul presente del reticolo imprenditoriale.

Qual è il termometro di Confapi?

«Non si riesce a produrre e di conseguenza a vendere mentre crescono le spese per continuare a esistere. Un impatto persino più grave per le piccole e medie imprese, che hanno più elevati livelli di vulnerabilità e una minore resilienza. Dopo aver ritrovato la salute, occorre che la gente ritrovi il lavoro. Se da un lato si aprono finanche nuove possibilità da sfruttare, dall'altro lato occorre un'immissione di risorse per farvi fronte»

Lo Stato e la Regione hanno messo in campo ingenti risorse per sostenere il sistema delle imprese: sta funzionando?

«Il timore è che tante delle risorse annunciate si perdano nei meandri della burocrazia. Ci sono stati grandi annunci. Si attendono ancora i soldi della cassa integrazione».

Quali sono gli intoppi?

«La critiicità maggiore è che finora si è pensato di immettere liquidità garantendo l'accesso al credito privato, sia pur con un cospicuo impiego di risorse. È evidente però che senza condizioni realmente agevolate il rischio è quello di infilarsi in una trappola e indebitarsi ulteriormente solo per far fronte a spese e tasse. La liquidità promessa resta sulla carta perché le garanzie sono dello Stato, mai soldi delle banche. Occorre che sia lo Stato, invece, in primis ad investire nelle imprese, offrendo loro liquidità immediata, di cui almeno una quota a fondo perduto, snellendo istruttorie e e aumentando i termini di restituzione a 12 015 anni».

La magistratura ha lanciato l'allarme sul rischio infiltrazioni della criminalità sul sistema delle imprese indebolite dalla crisi.

«È vero. È importante che questo avvertimento giunga ai massimi livelli decisionali, e in fretta. In una situazione di difficoltà estrema come questa, lo Stato, gli Enti locali e tutte le autorità devono prestare immediato e concreto supporto a quanti ne hanno bisogno, prima che lo facciano altri con ben altre modalità. È tempo di accordare fiducia a chi mette il proprio impegno».

Quali occasioni bisogna cogliere per rilanciare l'economia pugliese nel dopo emergenza?

«L'economia pugliese ha tre fondamentali motori: il turismo, l'agricoltura e l'industria. È chiaro che l'attuale congiuntura compromette in maniera strutturale il primo, sicché sono gli altri due a dover costituire gli asset su cui costruire la ripresa, in attesa che anche sul primo fronte si torni a rivedere il sole».

Per il manifatturiero?

«Parto dall'esempio di Taranto. Per troppo tempo è stata coltivata l'idea di una Puglia che può fare a meno delle sue industrie. Non è così, anzi. Sull'ex Uva non dimentichiamo che c'è un intero indotto che ancora aspetta che si definiscano i rapporti tra il Governo ed ArcelorMittal, mentre nel frattempo paga le conseguenze dell'inutile braccio di ferro finora attuato. Oggi questa emergenza diventa, se possibile, ancor più urgente: non solo la siderurgia, ma tutta l'economia tarantina (vorrei dire pugliese) non potrà ripartire se non viene sciolto il nodo del futuro di Ilva».

Come si coniuga la tutela della salute di tutti con la necessità che il sistema industriale e imprenditoriale riprenda a pieno regime?

«Le aziende possono costituire un ambiente privilegiato per sperimentare e implementare le strategie di uscita dal lockdown e di convivenza con il virus che dovremo necessariamente instaurare nel prossimo futuro. Questo perché sono luoghi controllati, con un numero definito di persone, dove è più facile testare l'efficacia di un protocollo e farlo rispettare».

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