Decreto green pass, è tensione - La Lega pressa: no alla fiducia - Trattativa sugli emendamenti
 
La cabina di regia sul green pass, che sembrava dovesse riunirsi giovedì, non è stata ancora convocata dal premier Mario Draghi. La questione appare strettamente legata alla decisione che il governo prenderà sul voto di fiducia sul decreto legge che ha intanto introdotto il green pass nella scuola. L'esecutivo dovrebbe comunicare oggi in aula l'eventuale richiesta di fiducia sull'approvazione del decreto, che verrebbe votata domani. Si tratta di un passaggio delicato. La questione di fiducia consentirebbe a Draghi di mettere tutte le forze della maggioranza davanti alle proprie responsabilità, evitando che deputati della Lega, come avvenuto in commissione, possano votare contro il decreto. Ma ieri la stessa Lega, in una riunione tra i capigruppo e il ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D'Incà, ha chiesto di evitare il voto di fiducia. Al momento sono stati presentati solo una cinquantina di emendamenti al testo, per cui in teoria si potrebbe evitare di blindarlo. Ma su alcuni ci sarà il voto segreto, e questo potrebbe compromettere la coesione della maggioranza. D'Incà ha chiesto inutilmente il ritiro degli emendamenti più pericolosi. Spetterà dunque a Draghi decidere. In serata è uscito allo scoperto il leader della Lega, Matteo Salvini: «Chiederò di non mettere la fiducia. Essa in genere si mette per superare l'ostruzionismo, ma la Lega ha presentato solo cinque emendamenti». Salvini ha poi aggiunto che estendere il green pass al trasporto pubblico locale sarebbe «una follia». In ogni caso il premier è deciso ad andare avanti sulla linea indicata: l'estensione con un nuovo decreto del green pass sui luoghi di lavoro, a cominciare dal pubblico impiego, e, se non bastasse, l'obbligo di vaccinazione. I ministri sono dalla sua parte. Roberto Speranza (Salute) conferma l'estensione del green pass, e anche il leghista Giancarlo Giorgetti (Sviluppo) dice: «Le condizioni di sicurezza esigono che chi frequenta i luoghi affollati dia garanzie di non contagiare. Il green pass va in questa direzione, ne prevedo quindi un'estensione». Ieri sera i leader di Cgil, Cisl e Uil hanno incontrato prima i vertici di Confindustria e poi quelli di Confapi. Le parti sociali, non riuscendo a concludere un accordo per introdurre loro il green pass sui luoghi di lavoro (i sindacati, soprattutto la Cgil, restano indisponibili), si affidano alle decisioni che prenderà il governo, alla luce delle quali verranno aggiornati i protocolli antiCovid. «Siamo disponibili al confronto, a patto che i costi non ricadano sui lavoratori», dicono Luigi Sbarra (Cisl) e Pierpaolo Bombardieri (Uil), riferendosi ai tamponi che dovrebbero essere fatti per ottenere il green pass dai lavoratori che non possono o vogliono vaccinarsi. Anche per questo i sindacati, ribadisce Maurizio Landini (Cgil), chiedono al governo di stabilire per legge l'obbligo di vaccinazione ritenendolo più efficace
dell'estensione del green pass. Il presidente di Confapi, Maurizio Casasco, che fin dall'inizio ha proposto questa linea, chiede a Draghi di fare «presto», aggiungendo che Confapi promuoverà ore di formazione nelle imprese per convincere i lavoratori restii al vaccino. Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, ha ribadito di essere intanto favorevole all'«adozione del green pass obbligatorio nei luoghi di lavoro», aggiungendo che, dopo un'eventuale decisione del governo e un successivo accordo tra le parti per l'applicazione, lo stesso esecutivo potrebbe valutare di farsi carico del costo dei tamponi, «che sicuramente non potrebbe ricadere sulle imprese». Landini, sempre ieri, ha visto riservatamente Draghi a Palazzo Chigi. Col quale ha parlato non solo di green pass ma di pensioni, fisco, ammortizzatori, cioè i temi caldi della prossima manovra di Bilancio.

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