CAMERA DEI DEPUTATI - XIV LEGISLATURA
Resoconto delle Commissioni riunite
VI (Finanze) e X (Attività produttive, commercio e turismo)
Giovedì 4 marzo 2004
Giovedì 4 marzo 2004. - Presidenza del presidente della X Commissione Bruno TABACCI. - Interviene il Sottosegretario di Stato per l'economia e le finanze Gianluigi Magri.
La seduta comincia alle 12.10.
Interventi per la tutela del risparmio.
C. 4639 Fassino e C. 4705 Governo.
(Esame e rinvio).
Sergio GAMBINI (DS-U), relatore per la X Commissione, sottolinea come
si sia previsto di dare inizio all'esame del disegno di legge del Governo e
della proposta di legge presentata dall'onorevole Fassino, per avviare quanto
prima il dibattito su questioni di grande rilevanza. Svolgerà quindi una beve
premessa di carattere politico, per consegnare poi una relazione illustrativa
del contenuto dei provvedimenti, predisposta insieme al collega Conte.
Desidera avviare il proprio intervento con la lettura un articolo pubblicato sul
periodico Economist, che bene descrive la situazione italiana: «Dopo lo
scandalo Enron, le imprese americane hanno operato in un clima nuovo e di
maggiore fiducia. I risultati finanziari sono ora esaminati con maggiore
attenzione da investitori e controllori. Nuove regole, e in particolare il
Sarbanes Oxley Act, sono state introdotte per rafforzare la «governance»
delle imprese e per accrescere la trasparenza. Mentre l'America faceva fatica a
ripulire i guai lasciati da Enron e dagli scandali di altre imprese, l'Europa si
compiaceva di avere per lo più evitato simili orribili eccessi. Ora, con
Parmalat, l'Europa ha uno scandalo industriale delle dimensioni di Enron. Se
l'integrità del mondo delle imprese e degli affari europei deve essere
ristabilita, e la fiducia del pubblico nei mercati dei capitali del Continente
europeo deve essere conservata, la risposta (la reazione) dell'Europa dovrà
essere altrettanto risoluta e radicale di quella dell'America. (...) Il pericolo
che si profila per le imprese che operano onestamente non potrebbe essere più
chiaro: il costo del capitale (preso a prestito) è destinato a crescere se gli
investitori inizieranno a discriminare un Paese che stava provando a scrollarsi
di dosso una reputazione di loschi traffici. Infatti, questo è proprio quello
che gli investitori internazionali vorrebbero fare ora. L'apice toccato con lo
scandalo Parmalat accresce in misura considerevole la prevenzione sulle
abitudini usate dalle imprese italiane che solo un'integrale - e in verità poco
italiana - operazione di pulizia può dissipare».
Ritiene che proprio quest'ultima affermazione meriti di essere sottolineata:
solo un'integrale operazione di pulizia simile a quella avviata negli USA, può
dissipare la diffidenza dei mercati finanziari e dei risparmiatori italiani e
stranieri. I problemi del capitalismo americano messi in luce dallo scandalo
Enron sono assai diversi da quelli del capitalismo italiano e tuttavia lo
spirito della risposta deve essere lo stesso: come negli USA, è necessario che
tutti siano in grado di imprimere una svolta ai propri comportamenti, svolta che
passa senza dubbio per l'approvazione di una legge efficace e radicale in
materia di risparmio, ma anche attraverso innovazioni organizzative delle
imprese e, soprattutto, una nuova etica pubblica e degli affari, senza le quali
non è possibile alcun mutamento. Crede che tutti, al di là della facile
retorica, avvertano che il momento è cruciale: o l'intero Paese è in grado di
affrontare ora i nodi strutturali irrisolti del Governo del suo sistema
economico e produttivo, oppure il futuro della economia italiana sarà
certamente oscuro. La delusione e la sfiducia dei risparmiatori, infatti, che fa
seguito a tre anni di cali continui delle borse, oltre che alle crisi e frodi
degli ultimi mesi, sta già profilando all'orizzonte il pericolo del credit
crunch, della contrazione del credito delle banche all'economia, che
significherebbe strangolare il tessuto peculiare delle imprese italiane che ha
ancora la sua ossatura portante nel tessuto della piccola e media impresa.
Tutto ciò non mette in ombra altri fattori che penalizzano la competitività
del nostro sistema. Appartiene, come è noto, ad uno schieramento che propone
una lettura della stagnazione che da due anni attanaglia il Paese, fortemente
critica nei confronti degli indirizzi di politica economica perseguiti in questa
fase, dell'impoverimento e delle sperequazioni che essi hanno prodotto ai danni
dei ceti più deboli e dell'allontanamento che quelle politiche
hanno causato dai punti più alti di quella competizione, per ciò che
riguarda ad esempio la ricerca e l'innovazione. Tuttavia avverte come gli eventi
delle settimane passate abbiano messo in gioco qualcosa di più dell'affidabilità
e della credibilità stessa dell'intero sistema produttivo del Paese. Si tratta
di un bene che, per essere difeso e tutelato, non può semplicemente attendere
che vi sia un cambio di maggioranza, un diverso indirizzo della politica
nazionale, perché è un bene difficilmente riproducibile, la cui perdita - che
rischia di avvenire oggi e non domani - potrebbe gravare in modo decisivo sul
nostro futuro.
Nella vicenda Parmalat colpisce l'entità dell'ammanco ed il fatto che si tratti
di una truffa scientifica perpetuata per un decennio da una famiglia
d'imprenditori, con la complicità e la negligenza di banche, istituzioni
finanziarie e organi di controllo. La preoccupazione più consistente, che
accomuna il caso Parmalat a tutti gli scandali finanziari recenti, è che
nessuno dei molti presidi a tutela della legalità e della correttezza abbiano
funzionato: né quelli endosocietari, né i revisori dei conti, né le autorità
di vigilanza sul mercato o sulle banche.
Di certo le responsabilità sono diversamente ripartite tra tali soggetti, perché
diversi sono ruoli e competenze, ma la prima sensazione è quella di una crisi
«di sistema», poiché in relazione ai diversi profili critici e alle diverse
illegalità mai si è accesa una spia negli organi di vigilanza o di controllo,
mai si è attivata la dialettica tra organi societari che dovrebbe essere, sulla
carta, il presidio della corretta amministrazione.
La risposta ad una «crisi di sistema» non può prescindere dal riconoscimento
delle sue peculiarità che sono evidenziate dal crack della
multinazionale di Parma. Essa si presenta come il paradigma del connubio del
capitalismo familiare italiano con gli strumenti messi a disposizione dalla
grande finanza internazionale. Alla tradizionale e pervicace ritrosia delle
famiglie imprenditoriali italiane ad aprirsi al mercato, fa da pendant
una straordinaria dimestichezza con la finanza globalizzata e con spericolate
architetture societarie e finanziarie che trovano il loro naturale basamento nei
paradisi fiscali e legali.
Chi controllava Parmalat, pur avendo costruito un'architettura di gruppo
complessa e diramata in molti paesi, trattava il gruppo come fosse «cosa
propria», ossia come se fosse un'impresa unipersonale suddivisa in rami
aziendali, tra cui egli avrebbe potuto disporre liberamente flussi finanziari.
Questa logica con ogni evidenza non è più compatibile con la crescita e le
nuove sfide dell'economia globalizzata che stanno di fronte alle nostre imprese.
Quante volte ci siamo sentiti ripetere nel corso dell'indagine conoscitiva
sull'industria italiana svolta prima dell'esplodere del caso Parmalat, che uno
dei punti deboli della competitività del nostro sistema produttivo è il suo
assetto finanziario, l'indisponibilità di strumentazioni adeguate per crescere
anche dimensionalmente e modernizzare gli assetti proprietari? Per questa
ragione il crack Parmalat ha fatto uscire dai convegni riservati agli
specialisti, e ha fatto divenire invece una consapevolezza radicata in una
opinione pubblica vasta, il manifestarsi di una crisi di crescita del
tradizionale modello di capitalismo familiare italiano, incapace di fare il
salto di qualità a strutture organizzative e gestionali e perciò anche
finanziarie e di bilancio, svincolate dall'esclusivo volere della famiglia di
comando.
Per questa ragione affida particolare importanza a quanto, nei disegni di legge
in discussione ed anche nel corso delle preziose audizioni dell'indagine
conoscitiva, è stato sottolineato in merito alla profonda modifica necessaria
delle norme che regolano la vita ed il governo delle imprese italiane, e
particolarmente di quelle che accedono ai mercati finanziari. L'obiettivo
dovrebbe essere quello di introdurre alcuni istituti che già esistono nei paesi
più sviluppati del continente e che mirano a rafforzare il controllo interno
alle società e all'interno di esse allo stesso ruolo delle minoranze, a sancire
in maniera chiara incompatibilità e regole severe
per le attività di revisione dei bilanci e di rating delle società,
a tutelare sui mercati finanziari in modo adeguato le diverse categorie di
investitori, a ripristinare adeguate sanzioni penali per i reati societari ed a
consentire ai risparmiatori di esercitare anche collettivamente le azioni di
responsabilità verso amministratori, banche, società. Si tratterà anche di
valutare interventi che si raccordino al quadro in costruzione di norme di
carattere sovranazionale per combattere i fenomeni di mancata trasparenza legati
alla costruzione di gruppi societari multinazionali con articolazioni in
paradisi fiscali.
In tale maniera si possono rovesciare rapporti e gerarchie consolidate e
rafforzare i contropoteri all'interno dell'impresa, dando forza alla
consapevolezza che soltanto un nuovo sistema di regole, a questo punto, può
innescare la svolta che deve investire quel mutamento molecolare dei
comportamenti individuali degli attori economici e sociali, senza il quale il
Paese non riuscirà a sostenere le nuove sfide.
Sottolinea come, evidentemente, in tale quadro sia messa in gioco anche
l'architettura delle autorità indipendenti. Molto se ne è discusso negli
ultimi tempi e spesso a sproposito. È certo, però, che l'attuale sistema dei
controlli, nella vicenda Parmalat ha mostrato la corda, nonostante forse sia
giuridicamente corretto sostenere che non vi siano delle responsabilità precise
e che le autorità si siano attenute alle funzioni assegnate loro dalla legge.
Non spetta in ogni caso a lui stabilirlo. Ma allora, se anche questo fosse vero,
è dovere del Parlamento di modificare la legge, sulla quale si fonda
l'esistenza di tutte le autorità e dalla quale tutte le autorità traggono il
fondamento dei loro poteri.
Decisivo è compiere una svolta lungo due presupposti chiari: quello di un
sistema di vigilanza basata sul ben definito riparto per finalità e
l'assunzione di un orizzonte che ci avvicini alla normazione di carattere
europeo. Su questi due punti ritiene si possano registrare obiettive
convergenze, al di là delle diversità delle proposte di legge, che attengono
maggiormente al tema del coordinamento delle autorità, ovvero se questo debba
essere affidato in misura prevalente al Governo o al Parlamento.
Desidera, inoltre, rilevare come la discussione svoltasi negli ultimi mesi su
questi temi sia andata più avanti rispetto ai contenuti dei provvedimenti, con
riferimento, in particolare, al tema della durata in carica dei vertici della
Banca d'Italia. Ritiene opportuno, in proposito, che vi sia una «riparlamentarizzazione»
della discussione, anche al fine - come sottolineato dal Ministro Tremonti nel
recente incontro presso l'Aspen Institute - di valutare concretamente in
Parlamento le diverse posizioni delle forze politiche sulla questione.
Desidera, in conclusione, richiamare la necessità di associare ad una
discussione approfondita e ad una valutazione attenta dei problemi un iter
rapido dei provvedimenti, che possa consentire di offrire alle istituzioni e al
Paese riforme concrete, quanto più possibile condivise.
Gianfranco CONTE (FI), relatore per la VI
Commissione, concorda con la gran parte delle considerazioni svolte dal
relatore per la X Commissione Gambini, rilevando come appaia prioritario dare
con urgenza risposte all'opinione pubblica, che attende dal Parlamento soluzioni
chiare ad una vicenda tanto grave.
Ritiene che rispetto a tali questione nessun paese, per quanto avanzato, possa
dirsi immune da problemi, come dimostrano ad esempio le vicende relative al caso
Enron, e che il problema della trasparenza dei mercati e delle società
finanziarie rappresenti una questione che coinvolge non solo i paesi europei ma
anche gli Stati Uniti.
Rileva come negli ultimi dieci anni si sia diffusa una falsa sensazione di
sicurezza in merito al funzionamento e all'efficacia del sistema dei controlli:
i casi relativi al default delle obbligazioni argentine e gli scandali
che hanno coinvolto i gruppi Cirio e Parmalat pongono ora con forza la necessità
di affrontare la materia del riassetto dei sistemi di controllo e di vigilanza.
Dal momento che non si è stati
in grado di prevedere e prevenire tali fenomeni, occorre ora lavorare per
evitare che situazioni analoghe possano verificarsi anche in futuro.
Evidenzia come il dibattito politico nelle scorse settimane sulle questioni
all'attenzione delle Commissioni si sia svolto largamente al di fuori delle sedi
parlamentari proprie, e come occorra ora riportare in sede istituzionale la
discussione, considerando il disegno di legge del Governo, la proposta di legge
Fassino e le altre proposte che saranno successivamente assegnate alla stregua
di testi di lavoro, rispetto ai quali le Commissioni devono saper trarre la
migliore ispirazione, senza considerare pregiudizialmente migliore una soluzione
in luogo di un'altra e senza evitare di affrontare ulteriori argomenti, quali la
riforma dei meccanismi di governo societario delle imprese, i rapporti tra le
autorità di vigilanza ed i relativi meccanismi di nomina. Ritiene in
particolare, in questo spirito, che occorra affrontare anche la questione della
disciplina del reato di falso in bilancio, senza ribaltare la qualificazione di
reato di danno che è stata attribuita a tale figura di reato, ma rivedendo
sostanzialmente la misura delle sanzioni, auspicando che maggioranza e
opposizione possano riflettere insieme su questi temi per giungere ad una
soluzione condivisa.
Ricorda che l'opinione pubblica attende dal Parlamento la definizione di un
assetto complessivo che sia in grado di affrontare la situazione presente ma
anche le evoluzioni future, avendo come punto di riferimento prioritario il
valore costituzionale della tutela del risparmio sancito dall'articolo 47 della
Costituzione, il quale deve peraltro essere letto alla luce dell'evoluzione e
globalizzazione dei mercati finanziari.
Sottolinea la necessità di approfondire il ruolo giocato dal capitalismo
familiare nel modello di sviluppo economico del Paese, sottolineando come la
politica di difesa delle realtà economiche nazionali da processi di
acquisizione dall'esterno e la salvaguardia del fitto tessuto di piccole e medie
imprese, che costituisce uno degli elementi di forza del sistema produttivo
italiano, debba coniugarsi con un maggiore grado di apertura ai capitali
finanziari internazionali, al fine di consentire alle imprese di compiere il
necessario salto di livello dimensionale. A questo proposito rileva come in
altri paesi industriali avanzati i fondi pensione e i fondi immobiliari giochino
un ruolo decisivo per lo sviluppo del sistema economico.
Evidenzia le lacune emerse in merito alla problematica dei rapporti tra banche e
imprese, sottolineando la necessità che la politica torni a giocare un ruolo più
incisivo sulle scelte di politica economica, anche per evitare il protrarsi di
fenomeni di autoreferenzialità che hanno negli ultimi anni caratterizzato il
comportamento del sistema bancario.