
AUDIZIONE DI UNIONTESSILE
in tema di “Made in
Italy”
Proposte di legge: C. 472 Contento, C. 1250 Mariani, C.
2689 Rotundo, C. 2805 Scaltritti
ROMA, 24 OTTOBRE 2002 ORE 16:30
PREMESSA
Tra le proposte che Uniontessile presentò assieme alle Parti
Sociali presenti nell’OSSERVATORIO
SISTEMA MODA costituito sin dal luglio ’98 presso il Ministero Attività
Produttive, vi erano provvedimenti quali la destinazione di maggiori risorse
per la promozione del Sistema Moda Italia
sui mercati stranieri, l’istituzione di
controlli più severi sull’etichettatura e sulla composizione dei prodotti e
l’adeguata tutela del “Made in Italy”
soprattutto in sede comunitaria da parte del nostro Governo.
Oltre a questi possibili interventi ritenevamo necessaria ed
auspicabile l’obbligatorietà dell’etichettatura di origine in base al criterio
che intende la provenienza come il luogo dove viene realizzata la
trasformazione produttiva prevalente.
Dal momento che su questo punto non si era raggiunta
l’unanimità delle posizioni tra le Parti, in seconda battuta proponemmo la
registrazione di un marchio “full” o
“100% Made in Italy” presso il
Ministero, che potesse, ferma restando la volontarietà dei richiedenti, fornire
un veicolo pubblicitario e commerciale a quelle piccole e medie imprese che
operano nel nostro Paese.
Ricordo altresì che riuscimmo anche a definire ciò che si
intende per “prevalente”.
Secondo noi bisogna tutelare la progettualità della
confezione, la creatività degli operatori del settore, l’assemblaggio, la
trasformazione della materia prima (per “made”
si deve intendere “ideato”, “culturalmente prodotto”, “fatto”, “creato”,
“costruito” e “preparato”).
Assieme a ciò, chiedemmo infine
più raccordo tra i soggetti pubblici interessati al controllo dei prodotti che
circolano, nonché una maggiore risposta repressiva verso chi elude le leggi
della concorrenza.
Infatti, pur godendo di indiscusso prestigio per design e
per creatività, il principale problema che il “made in italy” fatto in
Italia si trova a dover affrontare è che esso sta cedendo il passo a quello
prodotto in altre nazioni.
Infatti, si diffondono sempre più rapidamente le linee ad
esempio prodotte su licenza direttamente in Asia (con costi più bassi), il che
porta inevitabilmente ad un inasprimento della concorrenza a svantaggio delle
nostre imprese.
La qualità di questi capi prodotti all’estero è orami
paragonabile a quella ottenuta in Italia ed i prezzi sempre più convenienti. Le conseguenze più immediate
riguarderanno la diminuzione della produzione presso le fabbriche italiane ed
il calo della forza lavoro impiegata nel settore.
Da non sottovalutare sarà inoltre la grave crisi dei consumi
in paesi tradizionalmente clienti del “Made
in Italy” (Germania e Francia ad esempio) e soprattutto dei consumi interni
(destinati a ridursi ulteriormente a causa delle politiche di risanamento delle
finanze pubbliche).
Detto ciò, riteniamo che finalmente sia giunto il momento,
dal momento che non si riesce a rendere obbligatoria l’etichettatura
dell’origine dei prodotti (come avviene d’altronde per tutti i capi che
circolano negli Stati Uniti o in Giappone), che almeno si approvi in Italia una
legge che costituisca un marchio di garanzia, così come una delle proposte che
qui oggi ci troviamo a dover discutere.
ESAME DELLE PROPOSTE DI LEGGE
Per maggiore completezza, riferendosi all’intero settore TAC
(tessile-abbigliamento e calzature) e dal momento che pur essendo simile nei
contenuti alle altre tre proposte è secondo noi la più completa, intendiamo
prendere come riferimento per un’analisi ed un commento, l’ipotesi di legge C.
2689 (Rotundo).
Va detto innanzi tutto che la proposta di legge Rotundo è
apprezzabile perché ci pone il problema della qualità del prodotto italiano.
Ciò non è sufficiente secondo UNIONTESSILE, perché sono necessarie secondo noi
le seguenti osservazioni:
1.
Dobbiamo in premessa
tener conto del fatto che “Made in Italy”
è divenuto nel tempo un sinonimo di qualità e di stile superiore. Il problema
di fondo nasce nel momento in cui “Made
in Italy” diventa un marchio di
caratterizzazione geografica dell’ origine del prodotto. Il fatto che un
prodotto vengo fabbricato in territorio Italiano non assicura ne l’una, né
l’altra cosa. E’ molto probabile che un laboratorio di cinesi immigrati da un
mese possa così produrre merce inoppugnabilmente “Made in Italy”, che tuttavia niente ha a che vedere con lo stile,
la cultura e la capacità di produrre lavoro di qualità. Ecco allora che il
grande rischio potrebbe essere
rappresentato dalla ostentazione del marchio “Made in Italy” da parte di produttori che, collocati
geograficamente in Italia, non ne interpretano comunque né la storia culturale,
né la capacità di produrre qualità di
fabbricazione. In meno di un anno,
potrebbe accadere che “Made in Italy” diventi sinonimo di bassa qualità e di
prodotto senza contenuti di cultura e di stile. A tale proposito è utile ricordare le peripezie avute dal marchio
“Pura Lana Vergine”;
2.
avvertiamo l’esigenza
di segnalare un sicuro rischio riguardo l’attribuzione del marchio: i controlli
dovrebbero essere accurati e competenti, dal momento che potremmo dare la “patente” di marchio di qualità a prodotti
fatti si in territorio italiano come prescrive la norma, ma assolutamente privi
di buon gusto o stile o qualità di prodotto. Per far ciò riterremmo utile che i
componenti della Commissione esaminatrice avessero i requisiti tecnici necessari;
3.
cosa molto
importante, riteniamo che sia necessario (a vantaggio del consumatore) che
l'indicazione della provenienza e qualità debba essere apposta in forma
visibile solo e unicamente sui prodotti finiti e che nel caso invece di
semilavorati o di prodotti componenti di prodotti più complessi, essa venga
apposta in punti che non saranno visibili.
4.
nella richiesta del
marchio da parte dell’impresa e nel conseguente esame da parte della
Commissione, secondo noi viene data scarsa rilevanza all’elencazione ed alla
definizione delle diverse fasi di lavorazione. Infatti deve essere possibile
sapere in qualsiasi momento dove viene eseguita ogni singola fase della
produzione di ogni singolo capo e pertanto la verifica ed il controllo su di
esse devono essere accurate;
5.
riteniamo che il nome
da dare al marchio registrato non debba essere “Made in Italy”, dal momento che il termine non ci pare brevettabile
o registrabile (sarebbe come registrare la parola shampoo ad esempio). Si
potrebbe, ed è la nostra proposta, chiamare il marchio “100% Italia” o “100%
prodotto italiano” o qualcosa di simile;
In alternativa per UNIONTESSILE
sarebbero più opportune le seguenti misure:
1.
si potrebbe valutare
l’ ipotesi di costruire un rapporto di grande e leale chiarezza tra i
produttori ed il consumatore che si esprima attraverso la dichiarazione di
origine geografica del prodotto senza andare a certificare un concetto quale “Made in Italy” che invece oggi è
percepito dalla società civile come una caratterizzazione culturale che, in
quanto tale è di difficile ed improbabile certificazione;
2.
in questo contesto la
repressione da parte degli organi di Polizia dovrebbe essere lo strumento
deterrente relativamente ad operazioni di “trasformazione” della origine
geografica dei capi;
3.
analogamente sarebbe
opportuno attivare metodologie di controllo sulla veridicità della
etichettatura di composizione apposta sui capi. La cosa potrebbe essere fatta
attraverso periodiche attività di prelievo di prodotti sui banchi di vendita e
con conseguente lavoro di analisi chimica dei prodotti. Attestata la eventuale
mendacità della etichettatura di composizione, sarebbe poi semplice risalire a
chi la frode ha attuato.
Roma, 24 ottobre 2002