COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA SULLA PARTECIPAZIONE DEI LAVORATORI ALLA GESTIONE E AI RISULTATI DI IMPRESA


Seduta di mercoledì 12 febbraio 2003

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE DOMENICO BENEDETTI VALENTINI

La seduta comincia alle 15,20.

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione di rappresentanti di Confapi

 

ARMANDO OCCHIPINTI, Responsabile relazioni industriali di Confapi. La Confapi ringrazia il presidente, onorevole Benedetti Valentini, ed i deputati della XI Commissione lavoro pubblico e privato della Camera per l'invito a partecipare ad una audizione in cui l'organizzazione che rappresenta le piccole e medie industrie private può esprimere le proprie valutazioni in ordine all'indagine conoscitiva sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati di impresa; consegno alla Commissione un articolato documento che, proprio a causa della specificità dell'organizzazione, sarà incentrato sugli aspetti particolari che la riguardano più direttamente.
Entrando nel merito, si può affermare senza ombra di dubbio che la partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti ai benefici ed ai risultati delle imprese - sia direttamente, con la partecipazione agli utili, sia indirettamente, con la partecipazione azionaria - è stata oggetto di numerose iniziative a livello comunitario fin dai primi anni novanta. Si tratta, dunque, di un argomento cresciuto negli anni, e le iniziative odierne prendono piede anche a livello istituzionale ed a livello di impresa.
Il dibattito su questo tema si arricchisce anche alla luce del Vertice di Lisbona del marzo 2001, che lega molto bene con il concetto di democrazia economica: l'obiettivo di tale vertice, infatti, era quello di sviluppare un'economia basata sulla conoscenza, al fine di conseguire una maggiore competitività ed un maggiore dinamismo nel mondo del lavoro e di realizzare un'economia sostenibile, capace di creare migliori e nuovi posti di lavoro, nell'ambito della governance dell'impresa.
La partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti è stata arricchita anche da una serie di informazioni, studi ed esempi concreti, che hanno permesso di dimostrare un aumento della produttività, della competitività e della redditività dell'impresa collegata alla maggiore coesione (e non poteva essere diversamente).
Ciò è stato dimostrato da studi europei, soprattutto con le relazioni PEPPER I e PEPPER II, volute dalla Commissione europea per studiare la promozione della partecipazione dei dipendenti agli utili e ai risultati dell'impresa, anche se tale legame potrebbe comportare alcune critiche; peraltro, abbiamo ancora sotto gli occhi gli esempi recenti dei fallimenti di varie imprese, forse maggiormente legate al mondo anglosassone, le quali tuttavia hanno dimostrato che la partecipazione azionaria non sempre rappresenta un'opportunità, ma rischia talvolta di diventare un fattore critico in assenza di principi generali ben saldi.
Infatti, non a caso le relazioni PEPPER I e PEPPER II, che sul piano del principio hanno sottolineato l'utilità della partecipazione, hanno comunque lasciato irrisolte alcuni punti critici, in particolare quelli sugli ostacoli transnazionali. Comunque è con favore che la Confapi partecipa a questa audizione per discutere in maniera positiva queste due proposte di legge, posto che è giusto che anche nel nostro paese vi sia una strategia economica legata alla partecipazione finanziaria.
Vorrei esprimere alcune osservazioni di carattere generale riguardanti la partecipazione finanziaria dei dipendenti ai risultati ed ai profitti dell'impresa. Ormai tale partecipazione costituisce una realtà caratteristica della fisiologia della moderna economia di mercato, anche alla luce della crescente importanza del capitale umano. Ci troviamo nell'era della globalizzazione, in cui anche le medie e piccole imprese si internazionalizzano e l'innovazione tecnologica spinge alla concorrenzialità, mentre il cambiamento gestionale evidenzia sempre più l'importanza del fattore umano. L'aumento della partecipazione dei dipendenti ai risultati economici dell'impresa tende a dimostrare che si è raggiunta una maturità sufficiente a recepire questo istituto. La partecipazione finanziaria, tuttavia, deve essere volontaria; abbiamo visto anche prima come possano emergere criticità se non si individua un modello preciso prima di imporre l'istituto. La volontarietà deve essere di interesse reale per tutte e due le parti coinvolte.

Allo stesso modo, l'accesso ai regimi di partecipazione finanziaria, proprio per non creare discrasie, deve essere consentito a tutti i lavoratori dipendenti. Per quanto riguarda gli ostacoli transnazionali alla partecipazione finanziaria dei lavoratori, rimando alla nostra nota, tralasciando gli aspetti specifici.
Entrando nel vivo della questione bisogna considerare che se si vuole andare verso una maggiore diffusione della partecipazione finanziaria in Italia dobbiamo creare anche una situazione favorevole sul piano normativo e su quello fiscale. Il decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003, in merito alla nuova disciplina societaria, pur individuando diversi modelli di governo, non prevede automaticamente la partecipazione diretta dei lavoratori. Allo stesso modo, anche per le società a responsabilità limitata è previsto, salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, l'affidamento dell'amministrazione della società ad uno o più soci nominati ai sensi dell'articolo 2479 del codice civile. Pertanto, la Confapi suggerisce l'opportunità di considerare la partecipazione finanziaria nelle imprese non quotate come un aspetto specifico da studiare, poiché si rischia di non partire con il piede giusto.
Consideriamo la proposta di legge a prima firma Cirielli di tipo troppo dirigistico rispetto a quanto detto prima. Inoltre, la serie di decreti legislativi previsti rende estremamente indeterminato il percorso da sviluppare. La proposta di legge Volontè, invece, pur parlando di piccole e medie imprese, al primo comma dell'articolo 1 stabilisce espressamente che la norma riguarda le imprese artigiane ed agricole, e dunque evitiamo di entrare nel merito.
Parlando di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa riteniamo che sia ancora opportuno lavorare su una maggiore informazione, su uno scambio più intenso di esperienze in modo da eliminare gli ostacoli che ricordavo prima. Dobbiamo poi tenere presente che la partita a livello comunitario non è ancora chiusa. La Commissione europea ha istituito un gruppo di lavoro che lavorerà fino al termine del 2003 e che solo nel 2004 avvierà le azioni necessarie sulla base di quanto rilevato dal gruppo di lavoro; quindi, ciò che noi ci sentiamo di dire oggi è che bisognerà continuare a lavorare per giungere alla partecipazione finanziaria dei lavoratori cercando di avere anche il contributo positivo dell'influenza delle politiche governative, intensificando gli sforzi per garantire un ambiente giuridico e fiscale più favorevole. Al contrario, in Italia, la chiusura della Tremonti bis e le modifiche apportate agli strumenti di agevolazione fiscale (DIT e super-DIT) in merito agli sgravi sugli utili delle imprese reinvestiti sul capitale sicuramente non favoriranno l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria, soprattutto per le piccole e medie imprese, anche alla luce dell'apparente contropartita che il Governo ha concesso alle aziende con la riduzione di due punti dell'aliquota Irpeg, notoriamente appannaggio delle sole grandi imprese. Comunque la Commissione europea per tutto il 2003 continuerà a sostenere progetti, studi e istituzioni di rete volti a incoraggiare la diffusione dell'informazione sulla partecipazione finanziaria, promuovendo infine una conferenza nazionale per il tramite della Fondazione di Dublino.
Non va poi dimenticato il potenziale che può esprimere il dialogo sociale, perché prima di tutto abbiamo la responsabilità di evitare il rischio che un nuovo modello comprometta oltre all'impresa anche i lavoratori. A nostro avviso il dialogo sociale può ancora contribuire in maniera decisiva a superare alcuni ostacoli, creando una maggiore consapevolezza ed uno scambio di informazioni e di esperienze soprattutto tra le piccole e medie imprese, che rappresentano la parte principale del tessuto economico nazionale. Ricordo che l'ISTAT ha rilevato come in Italia le aziende quotate in borsa effettivamente non siano più di 250 e che le aziende manifatturiere con più di mille addetti sono 209. La presenza del sottosegretario Sacconi mi fa venire alla mente che l'Italia, rispetto all'Europa (che lo ha fatto già da sei anni) ha recepito la direttiva sui Comitati aziendali europei (CAE) solo da pochi mesi, proprio quando a livello europeo si sta già parlando di una sua revisione. Inoltre, non va dimenticato che tematiche del genere ci vengono proposte dall'Unione europea da diversi anni, perché il Trattato di Maastricht, che molti di noi ricordano soprattutto per il varo della moneta unica, si occupava già di dialogo sociale europeo. Questo aspetto è stato poi perfezionato nell'ottobre del 1997, con l'articolo 139 del Trattato di Amsterdam. Ad ogni modo, ritengo che il dialogo sociale possa rivestire una considerevole valenza per quanto concerne le tematiche relative all'impiego.
In conclusione, alla luce delle preoccupazioni sopra espresse e della condizione sicuramente non favorevole, in questo momento, del quadro giuridico e fiscale, non adeguato ai problemi specifici delle piccole e medie imprese (la burocrazia e le spese, infatti, rischierebbero di vanificare i potenziali benefici), riteniamo che, per ottenere il massimo effetto, l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, seppure importantissima, oggi debba essere attentamente valutata, anche alla luce dei lavori programmati dalla Commissione europea fino a tutto il 2004, per poter meglio decidere le iniziative future da adottare.