COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO
Resoconto stenografico
INDAGINE
CONOSCITIVA SULLA PARTECIPAZIONE
DEI LAVORATORI ALLA GESTIONE E AI RISULTATI DI IMPRESA
PRESIDENZA DEL
PRESIDENTE DOMENICO BENEDETTI VALENTINI
La seduta comincia alle 15,20.
Sulla pubblicità
dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori
della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito
chiuso.
(Così rimane stabilito).
ARMANDO OCCHIPINTI, Responsabile relazioni industriali di Confapi. La
Confapi ringrazia il presidente, onorevole Benedetti Valentini, ed i deputati
della XI Commissione lavoro pubblico e privato della Camera per l'invito a
partecipare ad una audizione in cui l'organizzazione che rappresenta le piccole
e medie industrie private può esprimere le proprie valutazioni in ordine
all'indagine conoscitiva sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai
risultati di impresa; consegno alla Commissione un articolato documento che, proprio
a causa della specificità dell'organizzazione, sarà incentrato sugli aspetti
particolari che la riguardano più direttamente.
Entrando nel merito, si può affermare senza ombra di dubbio che la
partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti ai benefici ed ai
risultati delle imprese - sia direttamente, con la partecipazione agli utili,
sia indirettamente, con la partecipazione azionaria - è stata oggetto di
numerose iniziative a livello comunitario fin dai primi anni novanta. Si
tratta, dunque, di un argomento cresciuto negli anni, e le iniziative odierne
prendono piede anche a livello istituzionale ed a livello di impresa.
Il dibattito su questo tema si arricchisce anche alla luce del Vertice di
Lisbona del marzo 2001, che lega molto bene con il concetto di democrazia
economica: l'obiettivo di tale vertice, infatti, era quello di sviluppare
un'economia basata sulla conoscenza, al fine di conseguire una maggiore
competitività ed un maggiore dinamismo nel mondo del lavoro e di realizzare
un'economia sostenibile, capace di creare migliori e nuovi posti di lavoro,
nell'ambito della governance dell'impresa.
La partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti è stata arricchita
anche da una serie di informazioni, studi ed esempi concreti, che hanno
permesso di dimostrare un aumento della produttività, della competitività e
della redditività dell'impresa collegata alla maggiore coesione (e non poteva
essere diversamente).
Ciò è stato dimostrato da studi europei, soprattutto con le relazioni PEPPER I
e PEPPER II, volute dalla Commissione europea per studiare la promozione della
partecipazione dei dipendenti agli utili e ai risultati dell'impresa, anche se
tale legame potrebbe comportare alcune critiche; peraltro, abbiamo ancora sotto
gli occhi gli esempi recenti dei fallimenti di varie imprese, forse
maggiormente legate al mondo anglosassone, le quali tuttavia hanno dimostrato
che la partecipazione azionaria non sempre rappresenta un'opportunità, ma
rischia talvolta di diventare un fattore critico in assenza di principi
generali ben saldi.
Infatti, non a caso le relazioni PEPPER I e PEPPER II, che sul piano del
principio hanno sottolineato l'utilità della partecipazione, hanno comunque
lasciato irrisolte alcuni punti critici, in particolare quelli sugli ostacoli
transnazionali. Comunque è con favore che la Confapi partecipa a questa
audizione per discutere in maniera positiva queste due proposte di legge, posto
che è giusto che anche nel nostro paese vi sia una strategia economica legata
alla partecipazione finanziaria.
Vorrei esprimere alcune osservazioni di carattere generale riguardanti la
partecipazione finanziaria dei dipendenti ai risultati ed ai profitti
dell'impresa. Ormai tale partecipazione costituisce una realtà caratteristica
della fisiologia della moderna economia di mercato, anche alla luce della
crescente importanza del capitale umano. Ci troviamo nell'era della
globalizzazione, in cui anche le medie e piccole imprese si internazionalizzano
e l'innovazione tecnologica spinge alla concorrenzialità, mentre il cambiamento
gestionale evidenzia sempre più l'importanza del fattore umano. L'aumento della
partecipazione dei dipendenti ai risultati economici dell'impresa tende a
dimostrare che si è raggiunta una maturità sufficiente a recepire questo
istituto. La partecipazione finanziaria, tuttavia, deve essere volontaria;
abbiamo visto anche prima come possano emergere criticità se non si individua
un modello preciso prima di imporre l'istituto. La volontarietà deve essere di
interesse reale per tutte e due le parti coinvolte.
Allo stesso modo, l'accesso ai regimi di partecipazione finanziaria, proprio
per non creare discrasie, deve essere consentito a tutti i lavoratori
dipendenti. Per quanto riguarda gli ostacoli transnazionali alla partecipazione
finanziaria dei lavoratori, rimando alla nostra nota, tralasciando gli aspetti
specifici.
Entrando nel vivo della questione bisogna considerare che se si vuole andare
verso una maggiore diffusione della partecipazione finanziaria in Italia
dobbiamo creare anche una situazione favorevole sul piano normativo e su quello
fiscale. Il decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003, in merito alla nuova
disciplina societaria, pur individuando diversi modelli di governo, non prevede
automaticamente la partecipazione diretta dei lavoratori. Allo stesso modo,
anche per le società a responsabilità limitata è previsto, salvo diversa
disposizione dell'atto costitutivo, l'affidamento dell'amministrazione della
società ad uno o più soci nominati ai sensi dell'articolo 2479 del codice
civile. Pertanto, la Confapi suggerisce l'opportunità di considerare la
partecipazione finanziaria nelle imprese non quotate come un aspetto specifico
da studiare, poiché si rischia di non partire con il piede giusto.
Consideriamo la proposta di legge a prima firma Cirielli di tipo troppo
dirigistico rispetto a quanto detto prima. Inoltre, la serie di decreti
legislativi previsti rende estremamente indeterminato il percorso da
sviluppare. La proposta di legge Volontè, invece, pur parlando di piccole e
medie imprese, al primo comma dell'articolo 1 stabilisce espressamente che la
norma riguarda le imprese artigiane ed agricole, e dunque evitiamo di entrare
nel merito.
Parlando di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa riteniamo
che sia ancora opportuno lavorare su una maggiore informazione, su uno scambio
più intenso di esperienze in modo da eliminare gli ostacoli che ricordavo prima.
Dobbiamo poi tenere presente che la partita a livello comunitario non è ancora
chiusa. La Commissione europea ha istituito un gruppo di lavoro che lavorerà
fino al termine del 2003 e che solo nel 2004 avvierà le azioni necessarie sulla
base di quanto rilevato dal gruppo di lavoro; quindi, ciò che noi ci sentiamo
di dire oggi è che bisognerà continuare a lavorare per giungere alla
partecipazione finanziaria dei lavoratori cercando di avere anche il contributo
positivo dell'influenza delle politiche governative, intensificando gli sforzi
per garantire un ambiente giuridico e fiscale più favorevole. Al contrario, in
Italia, la chiusura della Tremonti bis e le modifiche apportate agli
strumenti di agevolazione fiscale (DIT e super-DIT) in merito agli sgravi sugli
utili delle imprese reinvestiti sul capitale sicuramente non favoriranno
l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria, soprattutto per le
piccole e medie imprese, anche alla luce dell'apparente contropartita che il
Governo ha concesso alle aziende con la riduzione di due punti dell'aliquota
Irpeg, notoriamente appannaggio delle sole grandi imprese. Comunque la
Commissione europea per tutto il 2003 continuerà a sostenere progetti, studi e
istituzioni di rete volti a incoraggiare la diffusione dell'informazione sulla
partecipazione finanziaria, promuovendo infine una conferenza nazionale per il
tramite della Fondazione di Dublino.
Non va poi dimenticato il potenziale che può esprimere il dialogo sociale,
perché prima di tutto abbiamo la responsabilità di evitare il rischio che un
nuovo modello comprometta oltre all'impresa anche i lavoratori. A nostro avviso
il dialogo sociale può ancora contribuire in maniera decisiva a superare alcuni
ostacoli, creando una maggiore consapevolezza ed uno scambio di informazioni e
di esperienze soprattutto tra le piccole e medie imprese, che rappresentano la
parte principale del tessuto economico nazionale. Ricordo che l'ISTAT ha rilevato
come in Italia le aziende quotate in borsa effettivamente non siano più di 250
e che le aziende manifatturiere con più di mille addetti sono 209. La presenza
del sottosegretario Sacconi mi fa venire alla mente che l'Italia, rispetto
all'Europa (che lo ha fatto già da sei anni) ha recepito la direttiva sui
Comitati aziendali europei (CAE) solo da pochi mesi, proprio quando a livello europeo
si sta già parlando di una sua revisione. Inoltre, non va dimenticato che
tematiche del genere ci vengono proposte dall'Unione europea da diversi anni,
perché il Trattato di Maastricht, che molti di noi ricordano soprattutto per il
varo della moneta unica, si occupava già di dialogo sociale europeo. Questo
aspetto è stato poi perfezionato nell'ottobre del 1997, con l'articolo 139 del
Trattato di Amsterdam. Ad ogni modo, ritengo che il dialogo sociale possa
rivestire una considerevole valenza per quanto concerne le tematiche relative
all'impiego.
In conclusione, alla luce delle preoccupazioni sopra espresse e della
condizione sicuramente non favorevole, in questo momento, del quadro giuridico
e fiscale, non adeguato ai problemi specifici delle piccole e medie imprese (la
burocrazia e le spese, infatti, rischierebbero di vanificare i potenziali
benefici), riteniamo che, per ottenere il massimo effetto, l'introduzione di
regimi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, seppure importantissima,
oggi debba essere attentamente valutata, anche alla luce dei lavori programmati
dalla Commissione europea fino a tutto il 2004, per poter meglio decidere le
iniziative future da adottare.