COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA


Seduta di mercoledì 12 febbraio 2003

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE
DOMENICO BENEDETTI VALENTINI

La seduta comincia alle 15,20.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.
(Così rimane stabilito).

Audizione di rappresentanti di Confartigianato, Confapi, Legacoop, Confcooperative, CNA e Casartigiani.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati di impresa, l'audizione di rappresentanti di Confartigianato, Confapi, Legacoop, Confcooperative, CNA e Casartigiani. Ringrazio i nostri ospiti che sono: per Confartigianato il signor Tullio Uez, vicepresidente vicario, il dottor Bruno Gobbi, direttore delle politiche economiche, il dottor Giovanni Vitelli, responsabile ufficio stampa, l'onorevole Bruno Antonucci, consulente per i rapporti con il Parlamento. Per Confapi sono presenti: il dottor Armando Occhipinti, responsabile delle relazioni industriali, il dottor Alberto Perini, capo ufficio stampa. Per Legacoop sono presenti: l'onorevole Lelio Grassucci, responsabile delle relazioni esterne, il dottor Carlo Marignani, responsabile delle relazioni sindacali, il dottor Claudio Riciputi, ufficio legislativo. Per Confcooperative è presente il dottor Ferruccio Pelos, responsabile del servizio sindacale. Per il CNA è presente il dottor Alberto De Crais, responsabile area politiche sindacali e sociali. Per Casartigiani è presente il dottor Paolo Melfa.
Faccio rilevare che l'onorevole Grassucci e l'onorevole Antonucci sono nostri colleghi, e dunque li salutiamo, senza far torto agli altri ospiti, con una doppia ed affettuosa cordialità.
Questa audizione si inquadra in una indagine conoscitiva, che abbiamo deciso di avviare perché essa consente la redazione dei resoconti, in modo da non disperdere i contributi forniti oralmente. Anzi, se le vostre organizzazioni vorranno farci pervenire ulteriori memorie scritte queste saranno diligentemente esaminate dalla Commissione. L'incontro odierno s'inserisce nell'ambito di un programma di audizioni ampio e serrato che la Commissione ha deliberato di espletare per l'esame della proposta di legge n. 2023 Cirielli ed altri (recante delega al Governo per l'adozione di uno statuto partecipativo delle finalizzato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati impresa) e della proposta di legge n. 2778 Volontè, invitando i soggetti maggiormente interessati a questo argomento, al fine di conoscere la loro opinione. Non vi sfuggirà l'eccezionalità dell'interesse prodottosi, oltre che nel corso degli anni, vieppiù negli ultimi mesi relativamente a questo argomento, in genere semplificato come tema della democrazia economica anche all'interno delle aziende e che, naturalmente, coinvolge aspetti sociali, giuridici, economici e istituzionali di formidabile portata.

La materia si richiama anche, naturalmente, ad un dettato costituzionale non ancora sostanzialmente attuato a distanza di cinquant'anni (e non è certo un caso che sia così) e ad un direttiva di carattere europeo, alla quale occorre dare la più congrua attuazione. Ovviamente, non vi sfuggirà che le articolazioni o gli strumenti attuativi del principio, sul quale la Commissione è intenzionata ad andare avanti, sono sottoposti al dibattito più ampio ed alla diversità più variegata di opinioni, essendo coinvolte le diverse dimensioni aziendali, le peculiarità dei vari settori, industria, agricoltura, commercio, artigianato e le varie branche del terziario.
Tutto ciò premesso, vorrei dire che è vivo il nostro interesse ad ascoltare, nel modo più ampio possibile, il pluralismo sociale sull'argomento. Ringrazio quindi i nostri ospiti, anche a nome dei componenti la Commissione, e do loro la parola.

TULLIO UEZ, Vicepresidente vicario di Confartigianato. In via preliminare, faccio presente che l'artigianato auspica che la presente audizione segni l'inizio di un percorso che porti, finalmente, alla concreta attuazione dell'articolo 46 della Costituzione. Riconosciamo al tema al centro dell'incontro una rilevanza fondamentale per costruire quella democrazia economica senza la quale le riforme istituzionali rischiano di non radicarsi nella società italiana, minando le ragioni stesse della coesione sociale.
Poiché partecipazione, responsabilità e solidarietà sono valori intrinseci - e, oseremmo dire, naturali - dell'impresa artigiana, salutiamo positivamente la presentazione di proposte di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed ai risultati dell'impresa perché, al di là dell'apprezzamento o meno dei loro indirizzi e contenuti, esse hanno il grande merito di rilanciare il dibattito politico sul modello sociale europeo sancito dagli Accordi di Nizza, sul quale si sta sviluppando, a Bruxelles, il dialogo sociale.
L'attenzione ai temi della partecipazione dei lavoratori nel settore dell'artigianato viene da lontano. Pur in assenza di un obbligo di legge, da oltre 15 anni l'artigianato riconosce piena rappresentanza sindacale ai lavoratori delle piccole imprese, avendo instaurato, con i sindacati, un patto interconfederale di permanente consultazione su temi cruciali per lo sviluppo delle imprese e la tutela del lavoro e dell'occupazione, quali la previdenza, il fisco, il credito, la sicurezza, la formazione e le protezioni sociali.
Tramite i principi della sussidiarietà e della volontarietà, è stato costruito un sistema di relazioni bilaterali che ha dato una risposta funzionale, e a nostro avviso efficiente, alla realtà dei lavoratori delle piccole imprese. L'esperienza di quel modello di relazioni ci induce ad auspicare che il legislatore, nel disegnare la cornice di riferimento per l'esercizio della partecipazione e della rappresentanza dei lavoratori nell'impresa, valorizzi il ruolo negoziale delle parti sociali, in coerenza con il riconoscimento, richiamato nel Libro bianco del professor Biagi, sulla primaria responsabilità e competenza delle parti sociali stesse sul tema in discussione.
L'esercizio del compito, peraltro, va assecondato con la creazione di un quadro giuridico che, oltre a sostenere in modo incisivo gli sforzi negoziali, permetta ipotesi ed opportunità articolate rispetto a tutte le tipologie di impresa, a cominciare dalle società di capitali per finire alle società personali, tipologia molto diffusa del mondo dell'artigianato.
In questo contesto già si colloca la recente riforma della disciplina delle società (decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6), il cui impianto normativo consente il conferimento di prestazioni lavorative, opere e servizi, ivi compreso il know-how di qualità e di capacità professionali, consentendo, per questa via, a soggetti privi di una disponibilità patrimoniale di conferire alle società, anche di persone, le proprie opere ed il proprio patrimonio di conoscenze, poiché, come voi sapete, la risorsa umana rappresenta il patrimonio più importante delle piccole imprese.
Il suddetto impianto, pur riferito al socio dell'impresa artigiana, può aprire la strada ad originali modelli di partecipazione dei lavoratori nelle società artigiane ed in quelle di piccola dimensione, accrescendo la fidelizzazione e la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, nel quadro di garanzie concordate, in via bilaterale, tra le parti sociali territoriali.
Nel settore dell'artigianato vi sono tutti gli elementi per far procedere speditamente una concreta sperimentazione in materia. Esistono, infatti, un sistema collaudato di relazioni sindacali territoriali, strumenti di sostegno alla bilateralità con funzioni bivalenti sul versante sia della tutela della professionalità dei lavori, sia delle imprese, una nuova disciplina societaria che reclama di essere attuata ed implementata, l'attribuzione di maggiori responsabilità di governo e di controllo del mercato del lavoro, affermate dalla recentissima legge di delega in materia. Tutto ciò alla vigilia di una riforma del modello di negoziazione che mira ad avvicinare la contrattazione collettiva alle imprese ed al territorio, dando una risposta funzionale alle differenti realtà economiche ed occupazionali, in un quadro di certezze e di agibilità dei diritti dei lavoratori. In altri termini, si tratta di un sistema di contrattazione speculare alla riforma istituzionale in senso federalista.
Alla luce delle riflessioni sopra svolte, ci appare francamente oziosa la disquisizione sullo strumento più idoneo ad affrontare il tema in discussione, vale a dire se sia la legge delega oppure la concertazione tra Governo e parti sociali da tradurre in una proposta di legge. Ciò che è importante è la condivisione di un percorso legislativo che, riconoscendo alle parti sociali le prerogative e gli spazi negoziali propri della loro funzione rappresentativa, ne riassuma le indicazioni e le proposte, nella consapevolezza che la produzione normativa deve camminare in sintonia, o quanto meno in coerenza, con gli indirizzi europei ed essere accompagnata da una forte campagna di promozione e di sensibilizzazione culturale nei confronti sia delle imprese sia dei lavoratori.
Per il mondo dell'artigianato e della piccola impresa, infine, le proposte di legge Cirielli n. 2023 e Volontè n. 2778 rappresentano un'ipotesi di lavoro certamente non esaustiva ma, in ogni caso, una buona base di partenza per ragionare intorno ad un modello di partecipazione sia nelle medie e grandi, sia nelle piccole imprese, per affrontare i problemi di merito con un approccio che sappia coniugare efficacemente l'impianto legislativo con l'inalienabile ruolo della contrattazione e delle rappresentanze sociali.
A quest'ultimo proposito, appare opportuno recuperare le fila del dibattito legislativo e sindacale sulla rappresentanza e sulla rappresentatività, che si arenò alla fine della scorsa legislatura e che, se riprendesse a marciare assieme al progetto sulla partecipazione, completerebbe il quadro di riferimento per la piena attuazione del dettato costituzionale.

ARMANDO OCCHIPINTI, Responsabile relazioni industriali di Confapi. La Confapi ringrazia il presidente, onorevole Benedetti Valentini, ed i deputati della XI Commissione lavoro pubblico e privato della Camera per l'invito a partecipare ad una audizione in cui l'organizzazione che rappresenta le piccole e medie industrie private può esprimere le proprie valutazioni in ordine all'indagine conoscitiva sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati di impresa; consegno alla Commissione un articolato documento che, proprio a causa della specificità dell'organizzazione, sarà incentrato sugli aspetti particolari che la riguardano più direttamente.
Entrando nel merito, si può affermare senza ombra di dubbio che la partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti ai benefici ed ai risultati delle imprese - sia direttamente, con la partecipazione agli utili, sia indirettamente, con la partecipazione azionaria - è stata oggetto di numerose iniziative a livello comunitario fin dai primi anni novanta. Si tratta, dunque, di un argomento cresciuto negli anni, e le iniziative odierne prendono piede anche a livello istituzionale ed a livello di impresa.

Il dibattito su questo tema si arricchisce anche alla luce del Vertice di Lisbona del marzo 2001, che lega molto bene con il concetto di democrazia economica: l'obiettivo di tale vertice, infatti, era quello di sviluppare un'economia basata sulla conoscenza, al fine di conseguire una maggiore competitività ed un maggiore dinamismo nel mondo del lavoro e di realizzare un'economia sostenibile, capace di creare migliori e nuovi posti di lavoro, nell'ambito della governance dell'impresa.
La partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti è stata arricchita anche da una serie di informazioni, studi ed esempi concreti, che hanno permesso di dimostrare un aumento della produttività, della competitività e della redditività dell'impresa collegata alla maggiore coesione (e non poteva essere diversamente).
Ciò è stato dimostrato da studi europei, soprattutto con le relazioni PEPPER I e PEPPER II, volute dalla Commissione europea per studiare la promozione della partecipazione dei dipendenti agli utili e ai risultati dell'impresa, anche se tale legame potrebbe comportare alcune critiche; peraltro, abbiamo ancora sotto gli occhi gli esempi recenti dei fallimenti di varie imprese, forse maggiormente legate al mondo anglosassone, le quali tuttavia hanno dimostrato che la partecipazione azionaria non sempre rappresenta un'opportunità, ma rischia talvolta di diventare un fattore critico in assenza di principi generali ben saldi.
Infatti, non a caso le relazioni PEPPER I e PEPPER II, che sul piano del principio hanno sottolineato l'utilità della partecipazione, hanno comunque lasciato irrisolti alcuni punti critici, in particolare quelli sugli ostacoli transnazionali. Comunque è con favore che la Confapi partecipa a questa audizione per discutere in maniera positiva queste due proposte di legge, posto che è giusto che anche nel nostro paese vi sia una strategia economica legata alla partecipazione finanziaria.
Vorrei esprimere alcune osservazioni di carattere generale riguardanti la partecipazione finanziaria dei dipendenti ai risultati ed ai profitti dell'impresa. Ormai tale partecipazione costituisce una realtà caratteristica della fisiologia della moderna economia di mercato, anche alla luce della crescente importanza del capitale umano. Ci troviamo nell'era della globalizzazione, in cui anche le medie e piccole imprese si internazionalizzano e l'innovazione tecnologica spinge alla concorrenzialità, mentre il cambiamento gestionale evidenzia sempre più l'importanza del fattore umano. L'aumento della partecipazione dei dipendenti ai risultati economici dell'impresa tende a dimostrare che si è raggiunta una maturità sufficiente a recepire questo istituto. La partecipazione finanziaria, tuttavia, deve essere volontaria; abbiamo visto anche prima come possano emergere criticità se non si individua un modello preciso prima di imporre l'istituto. La volontarietà deve essere di interesse reale per tutte e due le parti coinvolte. Allo stesso modo, l'accesso ai regimi di partecipazione finanziaria, proprio per non creare discrasie, deve essere consentito a tutti i lavoratori dipendenti. Per quanto riguarda gli ostacoli transnazionali alla partecipazione finanziaria dei lavoratori, rimando alla nostra nota, tralasciando gli aspetti specifici.
Entrando nel vivo della questione bisogna considerare che se si vuole andare verso una maggiore diffusione della partecipazione finanziaria in Italia dobbiamo creare anche una situazione favorevole sul piano normativo e su quello fiscale. Il decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003, in merito alla nuova disciplina societaria, pur individuando diversi modelli di governo, non prevede automaticamente la partecipazione diretta dei lavoratori. Allo stesso modo, anche per le società a responsabilità limitata è previsto, salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, l'affidamento dell'amministrazione della società ad uno o più soci nominati ai sensi dell'articolo 2479 del codice civile. Pertanto, la Confapi suggerisce l'opportunità di considerare la partecipazione finanziaria nelle imprese non quotate come un aspetto specifico da studiare, poiché si rischia di non partire con il piede giusto.

Consideriamo la proposta di legge a prima firma Cirielli di tipo troppo dirigistico rispetto a quanto detto prima. Inoltre, la serie di decreti legislativi previsti rende estremamente indeterminato il percorso da sviluppare. La proposta di legge Volontè, invece, pur parlando di piccole e medie imprese, al primo comma dell'articolo 1 stabilisce espressamente che la norma riguarda le imprese artigiane ed agricole, e dunque evitiamo di entrare nel merito.
Parlando di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa riteniamo che sia ancora opportuno lavorare su una maggiore informazione, su uno scambio più intenso di esperienze in modo da eliminare gli ostacoli che ricordavo prima. Dobbiamo poi tenere presente che la partita a livello comunitario non è ancora chiusa. La Commissione europea ha istituito un gruppo di lavoro che lavorerà fino al termine del 2003 e che solo nel 2004 avvierà le azioni necessarie sulla base di quanto rilevato dal gruppo di lavoro; quindi, ciò che noi ci sentiamo di dire oggi è che bisognerà continuare a lavorare per giungere alla partecipazione finanziaria dei lavoratori cercando di avere anche il contributo positivo dell'influenza delle politiche governative, intensificando gli sforzi per garantire un ambiente giuridico e fiscale più favorevole. Al contrario, in Italia, la chiusura della Tremonti-bis e le modifiche apportate agli strumenti di agevolazione fiscale (DIT e super-DIT) in merito agli sgravi sugli utili delle imprese reinvestiti sul capitale sicuramente non favoriranno l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria, soprattutto per le piccole e medie imprese, anche alla luce dell'apparente contropartita che il Governo ha concesso alle aziende con la riduzione di due punti dell'aliquota Irpeg, notoriamente appannaggio delle sole grandi imprese. Comunque la Commissione europea per tutto il 2003 continuerà a sostenere progetti, studi e istituzioni di rete volti a incoraggiare la diffusione dell'informazione sulla partecipazione finanziaria, promuovendo infine una conferenza nazionale per il tramite della Fondazione di Dublino.
Non va poi dimenticato il potenziale che può esprimere il dialogo sociale, perché prima di tutto abbiamo la responsabilità di evitare il rischio che un nuovo modello comprometta oltre all'impresa anche i lavoratori. A nostro avviso il dialogo sociale può ancora contribuire in maniera decisiva a superare alcuni ostacoli, creando una maggiore consapevolezza ed uno scambio di informazioni e di esperienze soprattutto tra le piccole e medie imprese, che rappresentano la parte principale del tessuto economico nazionale. Ricordo che l'ISTAT ha rilevato come in Italia le aziende quotate in borsa effettivamente non siano più di 250 e che le aziende manifatturiere con più di mille addetti sono 209. La presenza del sottosegretario Sacconi mi fa venire alla mente che l'Italia, rispetto all'Europa (che lo ha fatto già da sei anni) ha recepito la direttiva sui Comitati aziendali europei (CAE) solo da pochi mesi, proprio quando a livello europeo si sta già parlando di una sua revisione. Inoltre, non va dimenticato che tematiche del genere ci vengono proposte dall'Unione europea da diversi anni, perché il Trattato di Maastricht, che molti di noi ricordano soprattutto per il varo della moneta unica, si occupava già di dialogo sociale europeo. Questo aspetto è stato poi perfezionato nell'ottobre del 1997, con l'articolo 139 del Trattato di Amsterdam. Ad ogni modo, ritengo che il dialogo sociale possa rivestire una considerevole valenza per quanto concerne le tematiche relative all'impiego.
In conclusione, alla luce delle preoccupazioni sopra espresse e della condizione sicuramente non favorevole, in questo momento, del quadro giuridico e fiscale, non adeguato ai problemi specifici delle piccole e medie imprese (la burocrazia e le spese, infatti, rischierebbero di vanificare i potenziali benefici), riteniamo che, per ottenere il massimo effetto, l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, seppure importantissima, oggi debba essere attentamente valutata, anche alla luce dei lavori programmati dalla Commissione europea fino a tutto il 2004, per poter meglio decidere le iniziative future da adottare.

LELIO GRASSUCCI, Responsabile relazioni esterne di Legacoop. Signor presidente, sono d'accordo con lei sul fatto che il tema in oggetto è molto delicato e molto complesso. La discussione sull'argomento, infatti, dura in Europa ormai da più di un decennio, si è sviluppata accanto alla discussione per la definizione della società per azioni europea ed è stato uno degli elementi che ha causato il ritardo con il quale le norme relative sono state varate. Peraltro, la Legacoop era fortemente interessata alla questione, poiché lo statuto della società cooperativa europea non sarebbe stato esaminato se, preliminarmente, non fosse stato definito lo statuto della società per azioni europea. Il tema della partecipazione azionaria dei lavoratori è stato al centro di quella discussione, e si sono registrate diverse posizioni, anche se alla fine, in realtà, non si è arrivati a nulla di concreto. Il problema, dunque, è complesso e difficile e credo che debba esservi dedicata molta attenzione; peraltro, vorrei dire che ritengo apprezzabile e stimolante la relazione della proposta di legge Cirielli ed altri n. 2023.
Rinviando la nostra posizione alla documentazione che consegno alla Commissione, vorrei incentrare il mio intervento su pochi aspetti. In primo luogo, mi sembra opinione comune che il miglioramento della competitività delle nostre aziende e del sistema può essere facilitato da una maggiore partecipazione ed un maggior coinvolgimento dei lavoratori nell'azienda. Ritengo che ciò sia un dato acquisito in tutte le teorie dell'impresa e, più in generale, anche nel mondo imprenditoriale, oltre che sindacale; non vi è dubbio, infatti, che la trasformazione del lavoratore da oggetto passivo delle strategie aziendali a soggetto attivo, in grado di svolgere un ruolo nella ridefinizione delle scelte fondamentali della propria impresa, può migliorare le performance dell'impresa stessa. Da questo punto di vista, dunque, ritengo meritevole ragionare attorno alle possibilità di introdurre la partecipazione finanziaria dei lavoratori, oltre ai temi dell'informazione e altri aspetti attinenti sviluppati nel corso degli ultimi tempi.
La seconda questione che mi sembra importante sottolineare è che, attraverso tali processi di partecipazione, possono essere notevolmente incrementati anche i tassi di democraticità del sistema economico del nostro paese, in particolare del sistema delle imprese. Si tratta di una riflessione che si sta sviluppando a livello comunitario, ed è per questo motivo che, a mio avviso, tale tematica sembra davvero meritevole di essere approfondita.
La terza questione che vorrei segnalare è che il movimento cooperativo è particolarmente attento a questa materia, perché nel settore, come dimostra la nostra esperienza, l'impresa è costituita proprio dalla partecipazione totale dei lavoratori: il socio-lavoratore, infatti, non è solamente un lavoratore dell'azienda, ma ne è anche il proprietario, pur se in termini numerici in modo limitato, e per quanto riguarda la partecipazione al capitale, è sicuramente motivato dalla partecipazione alla gestione ed alla direzione dell'impresa.
La nostra esperienza non è unica, poiché si colloca in un contesto più ampio, ma è più avanzata rispetto, ad esempio, alle stock-options, alle public company o alle società laborales spagnole. Al riguardo, vorrei evidenziare che, in queste ultime, la presenza dei lavoratori deve obbligatoriamente essere del 51 per cento del capitale sociale; pertanto, la partecipazione dei lavoratori non è marginale e limitata, e dunque quasi sempre subalterna alla proprietà ed alla gestione dell'impresa, come negli altri casi, ma è effettivamente una cosa seria, in termini di direzione e di responsabilità. Non c'è dubbio, tuttavia, che dopo questo esempio, le cooperative rappresentino l'esperienza più pregnante in termini di partecipazione dei lavoratori all'impresa, poiché è la loro.
Signor presidente, mi consenta di deviare momentaneamente dal tema specifico dell'audizione, poiché ritengo che, in questo quadro, occorrerebbe davvero rilanciare con forza la cooperazione, fertilizzando l'ambiente e creando le condizioni affinché possa svilupparsi ancora di più rispetto alla situazione attuale nel nostro paese. Vorrei ricordare, infatti, che in Italia la cooperazione è molto più presente rispetto agli altri paesi europei, in particolare per quanto concerne il lavoro, e si tratta di una specificità che sarebbe bene trasmettere anche ai nostri partner, per farli procedere in modo più spedito in questa direzione.
Sollevo il problema perché in questi ultimi due anni è tornato in auge un lavoro del professore americano, Arthur Okun, consulente di Kennedy, che parlava del grande trade-off tra efficienza ed equità, sostenendo, in sostanza, che i due termini sono in contraddizione; in realtà, sulla base dell'esperienza, essi risultano in contraddizione nel breve, ma non nel lungo periodo, soprattutto in questa fase. Si è sempre ritenuto, infatti, che dovendo demandare l'efficienza all'impresa (che, per sua natura, è una struttura autoritaria), l'equità dovesse essere perseguita dallo Stato, il quale si fa carico di tale compito attraverso i processi di redistribuzione della ricchezza prodotta.
Negli ultimi anni, tuttavia, le decisioni economiche e finanziarie non sono più assunte a livello di Stato nazionale, ma ad altri livelli, poiché il capitale si è internazionalizzato e quindi la capacità dello Stato di acquisire maggiori risorse attraverso la tassazione degli utili si riduce progressivamente; inoltre, ogni paese dispone di risorse sempre minori per finanziare processi di redistribuzione, volti a ottenere una maggiore equità.
Il nodo, allora, non è più risolvibile esclusivamente attraverso la semplice redistribuzione del reddito prodotto, ma mettendo insieme, contemporaneamente, la creazione di ricchezza e la sua redistribuzione. E la struttura d'impresa che realizza tale fenomeno, redistribuendo nel momento in cui produce, è la cooperativa, poiché in realtà, dove vi è una forte presenza del settore cooperativo, la ricchezza è notoriamente molto più diffusa rispetto ad altri paesi. Per tale motivo, dunque, per quanto concerne la partecipazione dei lavoratori, a nostro avviso occorrerebbe uno sforzo per rilanciare la cooperazione.
Tornando all'oggetto dell'audizione, ritengo che la discussione non possa non tener conto di quanto è presente nel nostro paese dal punto di vista sia dell'elaborazione teorica dell'impresa, sia dei sistemi relazionali industriali attualmente in essere. Il primo consiglio che mi sentirei di dare, infatti, è di non andare contro questo tipo di impostazione perché, anziché avere una facilitazione o un consenso, rischieremmo di ottenere una ripulsa molto netta.
La seconda questione che, nel merito specifico, mi sembra opportuno sottolineare è che, se vogliamo veramente incrementare l'efficienza dell'impresa ed ottenere una forte partecipazione dei lavoratori, che ne rappresenta una delle condizioni fondamentali, occorre ricordare che tutto ciò può avvenire soltanto attraverso un miglioramento delle relazioni industriali.
Credo che bisognerebbe rilanciare la contrattazione tra gli interessi organizzati che notoriamente a livello teorico costituiscono una relazione di mercato più generale e, dunque, una realtà esterna alla struttura dell'impresa.
Entrando nel merito della proposta di legge Cirielli ed altri n. 2023, riteniamo innanzitutto che il testo andrebbe calibrato in modo tale da aiutare le parti sociali ad imboccare quella via. Dovremmo pensare piuttosto ad una proposta di supporto dell'evoluzione delle politiche industriali, delle relazioni contrattuali, fornendo un sostegno alle parti sociali per incamminarsi sulla giusta strada. Non crediamo, pertanto, che sia opportuno creare percorsi ulteriori rispetto a quelli autonomi delle parti sociali. Va rilevato che l'istituzione per legge di organismi congiunti potrebbe determinare inutili rigidità oltre che invadere ambiti che sarebbe opportuno lasciare alla libera determinazione delle parti sociali. Su tale punto andrebbe evitata qualunque discrasia con la scelta - codificata in questi ultimi giorni dai decreti delegati in materia di diritto societario - di garantire un'ampia autonomia statutaria e regolamentare alle imprese, ai modi in cui si lavora al loro interno ed ai modi in cui si costruisce la governance. Infine sembrerebbe opportuno ragionare più approfonditamente sul punto 3) dell'articolo 1 della proposta di legge n. 2023, perché sarebbe più naturale individuare i modi della distribuzione che, a nostro giudizio, dovrebbe essere contrattata e aggiuntiva rispetto alla normale retribuzione.
In ogni caso ciò che dovrebbe essere oggetto di contrattazione non è la soglia minima per l'impresa, ma l'ammontare degli utili da assegnare ai lavoratori. Come è stato detto prima sarebbe bene che sulla questione si lasciasse libertà totale ai lavoratori di aderire o meno a meccanismi del genere. Per ciò che concerne la proposta di legge n. 2778, mi dispiace di dover contraddire l'onorevole Volonté, ma riteniamo profondamente errato introdurre una commistione tra remunerazione del lavoro e reddito derivante dal contratto di associazione in partecipazione. Mi pare un percorso difficile da perseguire e credo comunque che l'idea dovrà affrontare resistenze notevoli. La recente proliferazione dei contratti di associazione - secondo stime attendibili risulta che l'utilizzo di questo strumento contrattuale per regolamentare i rapporti di lavoro si è triplicato nel corso dell'ultimo anno - desta molta preoccupazione: si tratta, infatti, di un fenomeno che, in misura maggiore rispetto alle collaborazioni coordinate e continuative «non ortodosse», facilita l'elusione delle regole sui rapporti di lavoro e l'evasione delle norme in materia previdenziale, alterando le regole della concorrenza. Per tali motivi, signor presidente, bisognerebbe analizzare sotto la lente di ingrandimento questo fenomeno per vedere come possa in concreto essere modernamente governato.

FERRUCCIO PELOS, Responsabile servizio sindacale Confcooperative. Innanzitutto, vorrei soffermarmi su un dato: mi sembra abbastanza riprovevole che le parti sociali si trovino a dover discutere di queste tematiche nel confronto con il legislatore, in assenza di un avviso comune, di un patto tra le parti che andrebbe consegnato al legislatore ed al Governo per manifestare le proprie posizioni su materie che esse dovrebbero poter trattare in maniera autonoma. Oggi ciò non è possibile, perché esiste un clima che non aiuta la riflessione su questi argomenti; quindi, ben venga l'intervento del Parlamento. Sarebbe opportuno utilizzare anche lo stimolo proveniente dall'Unione europea: sono stati citate le direttive sull'informazione e sulla consultazione, sono stati richiamati i comitati aziendali europei, è stato ricordato lo statuto della società per azioni e della società cooperativa, sui quali siamo in parte attivi. La questione della partecipazione non è secondaria, anzi è estremamente rilevante in un momento di grande crisi economica e di grande tensione nel nostro paese. In sostanza abbiamo bisogno di una pace sociale basata anche su una partecipazione dei lavoratori non subalterna all'impresa. L'impresa non può oggi cercare la filosofia della partecipazione per ottenere incrementi di produttività per poi un domani buttare all'aria accordi e relazioni industriali perché occorre una ristrutturazione.
Una vera partecipazione dovrebbe intervenire sia nella fase positiva sia in quella negativa dell'andamento economico, pervenendo, in questo modo, a relazioni industriali sufficientemente mature da consentire di gestire tutte le fasi del ciclo.
Il problema, in realtà, è giungere, così come indicano le proposte di legge presentate, ad una partecipazione dei lavoratori che non sia limitata al risultato economico (vale a dire, nell'accezione generale, che se l'azienda va bene verranno distribuite risorse aggiuntive ai dipendenti), ma che entri anche all'interno del processo decisionale. Ciò può essere realizzato, ad esempio, attraverso forme di consultazione o altri meccanismi idonei a legare, sempre più, i lavoratori alla vita della loro impresa. Personalmente, infatti, non ho mai pensato che il conflitto industriale fosse finalizzato a distruggere la propria azienda, perché, alla fine, ha prodotto un risultato, dal momento che il lavoratore ha sempre avuto la consapevolezza che il suo reddito fosse indissolubilmente legato all'impresa, per cui capitale e lavoro si trovano in una dialettica in cui i destini dell'uno sono, in qualche modo, legati a quelli dell'altro.
Come è possibile, allora, realizzare questo obiettivo? Le iniziative legislative a sostegno della partecipazione rappresentano un elemento rilevante, e non possiamo che concordare con questa scelta. L'onorevole Grassucci ha già portato l'esempio del settore cooperativo ed io vorrei citare solamente un dato al riguardo. Non molto tempo fa, con la legge n. 142 del 2001 sul socio-lavoratore, il legislatore ha tracciato un percorso che ritengo molto impegnativo. Quando discutiamo della cooperazione, infatti, dobbiamo parlarne con tutta la responsabilità che comporta proporre oggi un modello che, a nostro avviso, deve essere ricondotto (perché la cooperazione non può essere una scorciatoia) proprio ai principi che il legislatore ha fissato nell'articolo 1 della citata legge n. 142 del 2001. Tale articolo dispone che il socio-lavoratore di una cooperativa partecipi alla formazione degli organi sociali, definisca la struttura di direzione e di gestione dell'impresa, contribuisca alla formazione del capitale sociale, partecipi al rischio d'impresa, ai risultati economici ed alle decisioni in merito alla destinazione dei risultati d'impresa.
Ebbene, nel momento in cui si afferma che questa è la cooperazione e che questo deve essere il socio-lavoratore, occorre rendersi conto che ci viene affidato un compito considerevole, nel senso che la contribuzione del socio-lavoratore alla formazione del capitale può essere costituita, per esempio, anche da una cooperativa nella quale il singolo socio - non artigiano, badate - possieda anche quote capitarie che superano i 60-70 milioni di vecchie lire (come avviene in numerosissime cooperative). In quella cooperativa, allora, la partecipazione del socio-lavoratore alla sua impresa non solo è una partecipazione vera, ma significa anche democrazia economica, poiché l'impresa diventa sua ed il progetto appartiene comunque a più soci-lavoratori, che si uniscono per un obiettivo comune. Diventa abbastanza inutile, dunque, discutere di partecipazione nel settore della cooperazione, poiché si tratta di un dato ad esso intrinseco, altrimenti non sarebbe una vera partecipazione.
Il socio-lavoratore, pertanto, non dovrebbe essere interessato ad una proposta di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed ai risultati di impresa, perché, essendo proprio un socio-lavoratore, beneficia di tutte queste caratteristiche, anche se, come afferma il legislatore, oltre al rapporto associativo instaura anche un ulteriore rapporto di lavoro, in forma subordinata. Essendo la cooperativa costituita da soci-lavoratori e, in alcuni casi, anche da soci-dipendenti e da soli dipendenti, è evidente che, in quel caso, il mondo della cooperazione non si deve tirare indietro rispetto alle proposte di partecipazione, fino a giungere, nel caso del lavoratore dipendente, non solo ad una ripartizione degli utili (si potrebbe ipotizzare, ad esempio, di iniziare da una retribuzione legata agli obiettivi e all'andamento dell'impresa), ma anche ad un'ulteriore forma di coinvolgimento.
Tuttavia, se nel caso del socio della cooperativa è abbastanza semplice parlare di ristorno, o di aumento gratuito del capitale sociale, diventa più difficile per un lavoratore dipendente pensare - e mi riferisco ad una delle due proposte di legge al vostro esame - ad una distribuzione delle azioni, vale a dire ad una partecipazione che, alla fine, si risolve in un rapporto personale ed individuale tra il singolo lavoratore e l'impresa. Con una singola azione, infatti, non si costruisce democrazia economica e con una singola impresa non si costruisce un vero dialogo tra capitale e lavoro: c'è bisogno, invece, di una forma di partecipazione, inclusa quella agli utili dell'impresa, che crei un movimento consapevole di lavoratori-azionisti, in grado di interloquire all'interno dell'azienda sia come lavoratori, sia come azionisti, perché si tratta di due figure che, a mio avviso, devono essere salvaguardate.
Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, dunque, vi è la piena disponibilità sia a discutere il merito dei progetti di legge in esame, sia ad allargare i meccanismi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, poiché, a mio avviso, questa iniziativa è meritoria, anche se occorre considerare che si ragiona in termini diversi quando i lavoratori devono partecipare, ad esempio, ai fondi di previdenza integrativa. Se parliamo di fondi aperti, infatti, il rapporto tra lavoratore-dipendente, socio, mercato finanziario e democrazia economica è quantomai lontano, se si deve andare da una banca o da una assicurazione per costruirsi una pensione integrativa: la strada dei fondi chiusi, in tal senso, dovrebbe essere evidentemente privilegiata.
Concludendo il mio intervento, vorrei informare che la nostra organizzazione è disponibile a fornire alla Commissione lavoro la documentazione inerente l'oggetto delle due proposte di legge al vostro esame.

ALBERTO DE CRAIS, Responsabile area politiche sindacali e sociali della CNA. Signor presidente, cercherò di rispettare il suo invito alla sintesi, anche perché molti argomenti sono stati già affrontati dagli interventi che mi hanno preceduto.
La partecipazione ai risultati economici ed alla gestione dell'impresa è un'esperienza che, in maniera informale, si sviluppa naturalmente all'interno delle imprese artigiane e delle piccole aziende, poiché si tratta, come è noto, di imprese in cui il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore è caratterizzato da un forte legame personale, da un forte spirito collaborativo e da una sostanziale condivisione dei risultati dell'impresa. Risulta evidente, dunque, che in un ambiente caratterizzato da questo humus sia naturale anche la ricerca e l'individuazione strumenti di partecipazione dei lavoratori sia ai risultati economici sia alla gestione dell'impresa stessa.
Occorre dire che, purtroppo, talvolta tali strumenti non sono sempre «limpidi», e dunque la CNA ritiene opportuna una legislazione che intervenga non in maniera invasiva sulle volontà dei soggetti interessati, ma a sostegno di tali strumenti, favorendone la legalità e la limpidezza. A nostro avviso, dunque, non deve essere approvato né un provvedimento che forzi la volontà dell'uno e dell'altro soggetto, né un intervento riferito in maniera generica a tutti i lavoratori, ma una normativa che favorisca, nel caso che un lavoratore ed un imprenditore concordino di adottare tali strumenti, il percorso di partecipazione sia ai risultati sia alla gestione dell'impresa stessa.

PAOLO MELFA, Rappresentante Casartigiani. Manifestiamo apprezzamento per il fatto che queste due proposte di legge abbiano comunque riacceso l'attenzione su tematiche che, sia per cause naturali sia per necessità costituzionali e comunitarie, erano state trascurate, mentre è bene che vengano approfondite e studiate. Credo che l'apprezzamento sulle proposte di legge necessiti, però, un ulteriore approfondimento. Bisognerebbe soffermarsi maggiormente sulla proposta di legge n. 2778 riguardante soprattutto le imprese artigiane ed agricole. Riteniamo che la volontarietà debba rappresentare la base essenziale di tutto l'impianto legislativo. Il lavoro in un impresa artigiana viene svolto dal lavoratore dipendente «gomito a gomito» con l'imprenditore artigiano: essi, fin dall'avvio dell'attività, sanno già di essere complementari e non conflittuali. La struttura dell'impresa artigiana rispetto a quella delle imprese medie comporta delle differenze che noi riteniamo siano state in parte colte dalla proposta di legge n. 2778. Il problema della volontarietà diventa per noi centrale, anche se riteniamo che l'evoluzione sia dei rapporti sindacali sia del mutato scenario sociale ed economico abbiano già delineato di fatto le condizioni per compiere dei sostanziali passi avanti in materia.

PRESIDENTE. A conclusione di questo nostro incontro - credo di interpretare anche l'opinione dei colleghi - stimolante ed interessante, non escludo che possa essere necessario prevedere un ulteriore incontro. Non è un caso che nel gruppo dei soggetti da ascoltare oggi si sia incluso il settore dell'artigianato e della piccola impresa, perché, al di là di semplificazioni - che farebbero torto a chi di noi ha speso una buona parte della propria vita su questi argomenti - il quesito se il principio della partecipazione e della compartecipazione alla gestione della parte economica e decisionale sia più attinente alle piccole dimensioni di impresa o alle grandi può sembrare superficiale e grossolano, ma «aleggia» su ciascuno degli studiosi del settore.
Avete giustamente sottolineato la natura particolare dell'impresa artigiana in cui si realizza un rapporto peculiare tra il datore di lavoro ed il prestatore d'opera. Inutile dirvi che rispetto allo schema classico, datore di lavoro e platea dei prestatori d'opera, quasi all'estremo opposto si giustappone lo schema in cui il prestatore d'opera lavora anche e soprattutto per se stesso, come nel caso della cooperativa dove si realizza la figura del lavoratore-proprietario. Inutile dire che la società moderna con le sue ricche articolazioni ed invenzioni ci offre un campo del tutto nuovo. Non si può ignorare che la partecipazione del lavoratore è la partecipazione del lavoratore in quanto tale, poiché ove si trattasse della partecipazione del proprietario-lavoratore ci troveremmo in un'altra ben precisa fattispecie. Allo stesso modo, una cosa è la partecipazione dei lavoratori ed altra cosa è il processo di consultazione con le organizzazioni.
La società moderna ci offre una terra nuova, in cui molte figure di tipo intermedio (o in cui si compenetrano le connotazioni dell'imprenditore o del prestatore d'opera, del partecipe al capitale) si manifestano all'orizzonte. Sotto tale profilo, il grande mondo delle imprese che voi rappresentate costituisce il campo nobile di sperimentazione, con la responsabilità di tutta la Commissione nell'affrontare questo tema appassionante ed ineludibile, di cui certamente non bisogna sottovalutare la complessità e le implicazioni. Ringrazio tutti i presenti e dichiaro conclusa l'audizione.

La seduta termina alle 16,25.