COMMISSIONE XI
LAVORO PUBBLICO E PRIVATO
Resoconto stenografico
INDAGINE
CONOSCITIVA
PRESIDENZA DEL
PRESIDENTE
DOMENICO BENEDETTI VALENTINI
La seduta comincia alle 15,20.
(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).
Sulla pubblicità
dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori
della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito
chiuso.
(Così rimane stabilito).
Audizione di
rappresentanti di Confartigianato, Confapi, Legacoop, Confcooperative, CNA e
Casartigiani.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca, nell'ambito dell'indagine conoscitiva
sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati di impresa,
l'audizione di rappresentanti di Confartigianato, Confapi, Legacoop,
Confcooperative, CNA e Casartigiani. Ringrazio i nostri ospiti che sono: per
Confartigianato il signor Tullio Uez, vicepresidente vicario, il dottor Bruno
Gobbi, direttore delle politiche economiche, il dottor Giovanni Vitelli,
responsabile ufficio stampa, l'onorevole Bruno Antonucci, consulente per i
rapporti con il Parlamento. Per Confapi sono presenti: il dottor Armando
Occhipinti, responsabile delle relazioni industriali, il dottor Alberto Perini,
capo ufficio stampa. Per Legacoop sono presenti: l'onorevole Lelio Grassucci,
responsabile delle relazioni esterne, il dottor Carlo Marignani, responsabile
delle relazioni sindacali, il dottor Claudio Riciputi, ufficio legislativo. Per
Confcooperative è presente il dottor Ferruccio Pelos, responsabile del servizio
sindacale. Per il CNA è presente il dottor Alberto De Crais, responsabile area
politiche sindacali e sociali. Per Casartigiani è presente il dottor Paolo
Melfa.
Faccio rilevare che l'onorevole Grassucci e l'onorevole Antonucci sono nostri
colleghi, e dunque li salutiamo, senza far torto agli altri ospiti, con una
doppia ed affettuosa cordialità.
Questa audizione si inquadra in una indagine conoscitiva, che abbiamo deciso di
avviare perché essa consente la redazione dei resoconti, in modo da non
disperdere i contributi forniti oralmente. Anzi, se le vostre organizzazioni
vorranno farci pervenire ulteriori memorie scritte queste saranno diligentemente
esaminate dalla Commissione. L'incontro odierno s'inserisce nell'ambito di un
programma di audizioni ampio e serrato che la Commissione ha deliberato di
espletare per l'esame della proposta di legge n. 2023 Cirielli ed altri
(recante delega al Governo per l'adozione di uno statuto partecipativo delle
finalizzato alla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati
impresa) e della proposta di legge n. 2778 Volontè, invitando i soggetti
maggiormente interessati a questo argomento, al fine di conoscere la loro
opinione. Non vi sfuggirà l'eccezionalità dell'interesse prodottosi, oltre che
nel corso degli anni, vieppiù negli ultimi mesi relativamente a questo
argomento, in genere semplificato come tema della democrazia economica anche all'interno
delle aziende e che, naturalmente, coinvolge aspetti sociali, giuridici,
economici e istituzionali di formidabile portata.
La materia si richiama anche, naturalmente, ad un dettato costituzionale non
ancora sostanzialmente attuato a distanza di cinquant'anni (e non è certo un
caso che sia così) e ad un direttiva di carattere europeo, alla quale occorre
dare la più congrua attuazione. Ovviamente, non vi sfuggirà che le
articolazioni o gli strumenti attuativi del principio, sul quale la Commissione
è intenzionata ad andare avanti, sono sottoposti al dibattito più ampio ed alla
diversità più variegata di opinioni, essendo coinvolte le diverse dimensioni
aziendali, le peculiarità dei vari settori, industria, agricoltura, commercio,
artigianato e le varie branche del terziario.
Tutto ciò premesso, vorrei dire che è vivo il nostro interesse ad ascoltare,
nel modo più ampio possibile, il pluralismo sociale sull'argomento. Ringrazio
quindi i nostri ospiti, anche a nome dei componenti la Commissione, e do loro
la parola.
TULLIO UEZ, Vicepresidente vicario di Confartigianato. In via
preliminare, faccio presente che l'artigianato auspica che la presente
audizione segni l'inizio di un percorso che porti, finalmente, alla concreta
attuazione dell'articolo 46 della Costituzione. Riconosciamo al tema al centro
dell'incontro una rilevanza fondamentale per costruire quella democrazia
economica senza la quale le riforme istituzionali rischiano di non radicarsi
nella società italiana, minando le ragioni stesse della coesione sociale.
Poiché partecipazione, responsabilità e solidarietà sono valori intrinseci - e,
oseremmo dire, naturali - dell'impresa artigiana, salutiamo positivamente la
presentazione di proposte di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla
gestione ed ai risultati dell'impresa perché, al di là dell'apprezzamento o
meno dei loro indirizzi e contenuti, esse hanno il grande merito di rilanciare
il dibattito politico sul modello sociale europeo sancito dagli Accordi di
Nizza, sul quale si sta sviluppando, a Bruxelles, il dialogo sociale.
L'attenzione ai temi della partecipazione dei lavoratori nel settore
dell'artigianato viene da lontano. Pur in assenza di un obbligo di legge, da
oltre 15 anni l'artigianato riconosce piena rappresentanza sindacale ai
lavoratori delle piccole imprese, avendo instaurato, con i sindacati, un patto
interconfederale di permanente consultazione su temi cruciali per lo sviluppo
delle imprese e la tutela del lavoro e dell'occupazione, quali la previdenza,
il fisco, il credito, la sicurezza, la formazione e le protezioni sociali.
Tramite i principi della sussidiarietà e della volontarietà, è stato costruito
un sistema di relazioni bilaterali che ha dato una risposta funzionale, e a
nostro avviso efficiente, alla realtà dei lavoratori delle piccole imprese.
L'esperienza di quel modello di relazioni ci induce ad auspicare che il
legislatore, nel disegnare la cornice di riferimento per l'esercizio della
partecipazione e della rappresentanza dei lavoratori nell'impresa, valorizzi il
ruolo negoziale delle parti sociali, in coerenza con il riconoscimento,
richiamato nel Libro bianco del professor Biagi, sulla primaria responsabilità
e competenza delle parti sociali stesse sul tema in discussione.
L'esercizio del compito, peraltro, va assecondato con la creazione di un quadro
giuridico che, oltre a sostenere in modo incisivo gli sforzi negoziali,
permetta ipotesi ed opportunità articolate rispetto a tutte le tipologie di
impresa, a cominciare dalle società di capitali per finire alle società
personali, tipologia molto diffusa del mondo dell'artigianato.
In questo contesto già si colloca la recente riforma della disciplina delle
società (decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 6), il cui impianto normativo
consente il conferimento di prestazioni lavorative, opere e servizi, ivi
compreso il know-how di qualità e di capacità professionali,
consentendo, per questa via, a soggetti privi di una disponibilità patrimoniale
di conferire alle società, anche di persone, le proprie opere ed il proprio
patrimonio di conoscenze, poiché, come voi sapete, la risorsa umana rappresenta
il patrimonio più importante delle piccole imprese.
Il suddetto impianto, pur riferito al socio dell'impresa artigiana, può aprire
la strada ad originali modelli di partecipazione dei lavoratori nelle società
artigiane ed in quelle di piccola dimensione, accrescendo la fidelizzazione e
la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese, nel quadro di
garanzie concordate, in via bilaterale, tra le parti sociali territoriali.
Nel settore dell'artigianato vi sono tutti gli elementi per far procedere
speditamente una concreta sperimentazione in materia. Esistono, infatti, un
sistema collaudato di relazioni sindacali territoriali, strumenti di sostegno
alla bilateralità con funzioni bivalenti sul versante sia della tutela della
professionalità dei lavori, sia delle imprese, una nuova disciplina societaria
che reclama di essere attuata ed implementata, l'attribuzione di maggiori
responsabilità di governo e di controllo del mercato del lavoro, affermate
dalla recentissima legge di delega in materia. Tutto ciò alla vigilia di una
riforma del modello di negoziazione che mira ad avvicinare la contrattazione
collettiva alle imprese ed al territorio, dando una risposta funzionale alle
differenti realtà economiche ed occupazionali, in un quadro di certezze e di
agibilità dei diritti dei lavoratori. In altri termini, si tratta di un sistema
di contrattazione speculare alla riforma istituzionale in senso federalista.
Alla luce delle riflessioni sopra svolte, ci appare francamente oziosa la
disquisizione sullo strumento più idoneo ad affrontare il tema in discussione,
vale a dire se sia la legge delega oppure la concertazione tra Governo e parti
sociali da tradurre in una proposta di legge. Ciò che è importante è la
condivisione di un percorso legislativo che, riconoscendo alle parti sociali le
prerogative e gli spazi negoziali propri della loro funzione rappresentativa,
ne riassuma le indicazioni e le proposte, nella consapevolezza che la
produzione normativa deve camminare in sintonia, o quanto meno in coerenza, con
gli indirizzi europei ed essere accompagnata da una forte campagna di
promozione e di sensibilizzazione culturale nei confronti sia delle imprese sia
dei lavoratori.
Per il mondo dell'artigianato e della piccola impresa, infine, le proposte di
legge Cirielli n. 2023 e Volontè n. 2778 rappresentano un'ipotesi di lavoro
certamente non esaustiva ma, in ogni caso, una buona base di partenza per
ragionare intorno ad un modello di partecipazione sia nelle medie e grandi, sia
nelle piccole imprese, per affrontare i problemi di merito con un approccio che
sappia coniugare efficacemente l'impianto legislativo con l'inalienabile ruolo
della contrattazione e delle rappresentanze sociali.
A quest'ultimo proposito, appare opportuno recuperare le fila del dibattito
legislativo e sindacale sulla rappresentanza e sulla rappresentatività, che si
arenò alla fine della scorsa legislatura e che, se riprendesse a marciare
assieme al progetto sulla partecipazione, completerebbe il quadro di
riferimento per la piena attuazione del dettato costituzionale.
ARMANDO OCCHIPINTI, Responsabile relazioni industriali di Confapi. La
Confapi ringrazia il presidente, onorevole Benedetti Valentini, ed i deputati
della XI Commissione lavoro pubblico e privato della Camera per l'invito a
partecipare ad una audizione in cui l'organizzazione che rappresenta le piccole
e medie industrie private può esprimere le proprie valutazioni in ordine
all'indagine conoscitiva sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai
risultati di impresa; consegno alla Commissione un articolato documento che,
proprio a causa della specificità dell'organizzazione, sarà incentrato sugli
aspetti particolari che la riguardano più direttamente.
Entrando nel merito, si può affermare senza ombra di dubbio che la
partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti ai benefici ed ai
risultati delle imprese - sia direttamente, con la partecipazione agli utili,
sia indirettamente, con la partecipazione azionaria - è stata oggetto di
numerose iniziative a livello comunitario fin dai primi anni novanta. Si
tratta, dunque, di un argomento cresciuto negli anni, e le iniziative odierne
prendono piede anche a livello istituzionale ed a livello di impresa.
Il dibattito su questo tema si arricchisce anche alla luce del Vertice di
Lisbona del marzo 2001, che lega molto bene con il concetto di democrazia economica:
l'obiettivo di tale vertice, infatti, era quello di sviluppare un'economia
basata sulla conoscenza, al fine di conseguire una maggiore competitività ed un
maggiore dinamismo nel mondo del lavoro e di realizzare un'economia
sostenibile, capace di creare migliori e nuovi posti di lavoro, nell'ambito
della governance dell'impresa.
La partecipazione finanziaria dei lavoratori dipendenti è stata arricchita
anche da una serie di informazioni, studi ed esempi concreti, che hanno
permesso di dimostrare un aumento della produttività, della competitività e
della redditività dell'impresa collegata alla maggiore coesione (e non poteva
essere diversamente).
Ciò è stato dimostrato da studi europei, soprattutto con le relazioni PEPPER I
e PEPPER II, volute dalla Commissione europea per studiare la promozione della
partecipazione dei dipendenti agli utili e ai risultati dell'impresa, anche se
tale legame potrebbe comportare alcune critiche; peraltro, abbiamo ancora sotto
gli occhi gli esempi recenti dei fallimenti di varie imprese, forse
maggiormente legate al mondo anglosassone, le quali tuttavia hanno dimostrato
che la partecipazione azionaria non sempre rappresenta un'opportunità, ma
rischia talvolta di diventare un fattore critico in assenza di principi generali
ben saldi.
Infatti, non a caso le relazioni PEPPER I e PEPPER II, che sul piano del
principio hanno sottolineato l'utilità della partecipazione, hanno comunque
lasciato irrisolti alcuni punti critici, in particolare quelli sugli ostacoli
transnazionali. Comunque è con favore che la Confapi partecipa a questa
audizione per discutere in maniera positiva queste due proposte di legge, posto
che è giusto che anche nel nostro paese vi sia una strategia economica legata
alla partecipazione finanziaria.
Vorrei esprimere alcune osservazioni di carattere generale riguardanti la
partecipazione finanziaria dei dipendenti ai risultati ed ai profitti
dell'impresa. Ormai tale partecipazione costituisce una realtà caratteristica
della fisiologia della moderna economia di mercato, anche alla luce della
crescente importanza del capitale umano. Ci troviamo nell'era della
globalizzazione, in cui anche le medie e piccole imprese si internazionalizzano
e l'innovazione tecnologica spinge alla concorrenzialità, mentre il cambiamento
gestionale evidenzia sempre più l'importanza del fattore umano. L'aumento della
partecipazione dei dipendenti ai risultati economici dell'impresa tende a
dimostrare che si è raggiunta una maturità sufficiente a recepire questo
istituto. La partecipazione finanziaria, tuttavia, deve essere volontaria;
abbiamo visto anche prima come possano emergere criticità se non si individua
un modello preciso prima di imporre l'istituto. La volontarietà deve essere di
interesse reale per tutte e due le parti coinvolte. Allo stesso modo, l'accesso
ai regimi di partecipazione finanziaria, proprio per non creare discrasie, deve
essere consentito a tutti i lavoratori dipendenti. Per quanto riguarda gli
ostacoli transnazionali alla partecipazione finanziaria dei lavoratori, rimando
alla nostra nota, tralasciando gli aspetti specifici.
Entrando nel vivo della questione bisogna considerare che se si vuole andare
verso una maggiore diffusione della partecipazione finanziaria in Italia
dobbiamo creare anche una situazione favorevole sul piano normativo e su quello
fiscale. Il decreto legislativo n. 6 del 17 gennaio 2003, in merito alla nuova
disciplina societaria, pur individuando diversi modelli di governo, non prevede
automaticamente la partecipazione diretta dei lavoratori. Allo stesso modo,
anche per le società a responsabilità limitata è previsto, salvo diversa
disposizione dell'atto costitutivo, l'affidamento dell'amministrazione della
società ad uno o più soci nominati ai sensi dell'articolo 2479 del codice
civile. Pertanto, la Confapi suggerisce l'opportunità di considerare la
partecipazione finanziaria nelle imprese non quotate come un aspetto specifico
da studiare, poiché si rischia di non partire con il piede giusto.
Consideriamo la proposta di legge a prima firma Cirielli di tipo troppo
dirigistico rispetto a quanto detto prima. Inoltre, la serie di decreti
legislativi previsti rende estremamente indeterminato il percorso da
sviluppare. La proposta di legge Volontè, invece, pur parlando di piccole e medie
imprese, al primo comma dell'articolo 1 stabilisce espressamente che la norma
riguarda le imprese artigiane ed agricole, e dunque evitiamo di entrare nel
merito.
Parlando di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell'impresa riteniamo
che sia ancora opportuno lavorare su una maggiore informazione, su uno scambio
più intenso di esperienze in modo da eliminare gli ostacoli che ricordavo
prima. Dobbiamo poi tenere presente che la partita a livello comunitario non è
ancora chiusa. La Commissione europea ha istituito un gruppo di lavoro che
lavorerà fino al termine del 2003 e che solo nel 2004 avvierà le azioni
necessarie sulla base di quanto rilevato dal gruppo di lavoro; quindi, ciò che
noi ci sentiamo di dire oggi è che bisognerà continuare a lavorare per giungere
alla partecipazione finanziaria dei lavoratori cercando di avere anche il
contributo positivo dell'influenza delle politiche governative, intensificando
gli sforzi per garantire un ambiente giuridico e fiscale più favorevole. Al
contrario, in Italia, la chiusura della Tremonti-bis e le modifiche
apportate agli strumenti di agevolazione fiscale (DIT e super-DIT) in merito
agli sgravi sugli utili delle imprese reinvestiti sul capitale sicuramente non
favoriranno l'introduzione di regimi di partecipazione finanziaria, soprattutto
per le piccole e medie imprese, anche alla luce dell'apparente contropartita
che il Governo ha concesso alle aziende con la riduzione di due punti
dell'aliquota Irpeg, notoriamente appannaggio delle sole grandi imprese. Comunque
la Commissione europea per tutto il 2003 continuerà a sostenere progetti, studi
e istituzioni di rete volti a incoraggiare la diffusione dell'informazione
sulla partecipazione finanziaria, promuovendo infine una conferenza nazionale
per il tramite della Fondazione di Dublino.
Non va poi dimenticato il potenziale che può esprimere il dialogo sociale,
perché prima di tutto abbiamo la responsabilità di evitare il rischio che un
nuovo modello comprometta oltre all'impresa anche i lavoratori. A nostro avviso
il dialogo sociale può ancora contribuire in maniera decisiva a superare alcuni
ostacoli, creando una maggiore consapevolezza ed uno scambio di informazioni e
di esperienze soprattutto tra le piccole e medie imprese, che rappresentano la
parte principale del tessuto economico nazionale. Ricordo che l'ISTAT ha
rilevato come in Italia le aziende quotate in borsa effettivamente non siano
più di 250 e che le aziende manifatturiere con più di mille addetti sono 209.
La presenza del sottosegretario Sacconi mi fa venire alla mente che l'Italia,
rispetto all'Europa (che lo ha fatto già da sei anni) ha recepito la direttiva
sui Comitati aziendali europei (CAE) solo da pochi mesi, proprio quando a
livello europeo si sta già parlando di una sua revisione. Inoltre, non va
dimenticato che tematiche del genere ci vengono proposte dall'Unione europea da
diversi anni, perché il Trattato di Maastricht, che molti di noi ricordano
soprattutto per il varo della moneta unica, si occupava già di dialogo sociale
europeo. Questo aspetto è stato poi perfezionato nell'ottobre del 1997, con
l'articolo 139 del Trattato di Amsterdam. Ad ogni modo, ritengo che il dialogo
sociale possa rivestire una considerevole valenza per quanto concerne le
tematiche relative all'impiego.
In conclusione, alla luce delle preoccupazioni sopra espresse e della
condizione sicuramente non favorevole, in questo momento, del quadro giuridico
e fiscale, non adeguato ai problemi specifici delle piccole e medie imprese (la
burocrazia e le spese, infatti, rischierebbero di vanificare i potenziali
benefici), riteniamo che, per ottenere il massimo effetto, l'introduzione di
regimi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, seppure importantissima,
oggi debba essere attentamente valutata, anche alla luce dei lavori programmati
dalla Commissione europea fino a tutto il 2004, per poter meglio decidere le
iniziative future da adottare.
LELIO GRASSUCCI, Responsabile relazioni esterne di Legacoop. Signor
presidente, sono d'accordo con lei sul fatto che il tema in oggetto è molto
delicato e molto complesso. La discussione sull'argomento, infatti, dura in
Europa ormai da più di un decennio, si è sviluppata accanto alla discussione
per la definizione della società per azioni europea ed è stato uno degli elementi
che ha causato il ritardo con il quale le norme relative sono state varate.
Peraltro, la Legacoop era fortemente interessata alla questione, poiché lo
statuto della società cooperativa europea non sarebbe stato esaminato se,
preliminarmente, non fosse stato definito lo statuto della società per azioni
europea. Il tema della partecipazione azionaria dei lavoratori è stato al
centro di quella discussione, e si sono registrate diverse posizioni, anche se
alla fine, in realtà, non si è arrivati a nulla di concreto. Il problema,
dunque, è complesso e difficile e credo che debba esservi dedicata molta
attenzione; peraltro, vorrei dire che ritengo apprezzabile e stimolante la
relazione della proposta di legge Cirielli ed altri n. 2023.
Rinviando la nostra posizione alla documentazione che consegno alla
Commissione, vorrei incentrare il mio intervento su pochi aspetti. In primo
luogo, mi sembra opinione comune che il miglioramento della competitività delle
nostre aziende e del sistema può essere facilitato da una maggiore
partecipazione ed un maggior coinvolgimento dei lavoratori nell'azienda.
Ritengo che ciò sia un dato acquisito in tutte le teorie dell'impresa e, più in
generale, anche nel mondo imprenditoriale, oltre che sindacale; non vi è
dubbio, infatti, che la trasformazione del lavoratore da oggetto passivo delle
strategie aziendali a soggetto attivo, in grado di svolgere un ruolo nella
ridefinizione delle scelte fondamentali della propria impresa, può migliorare
le performance dell'impresa stessa. Da questo punto di vista, dunque,
ritengo meritevole ragionare attorno alle possibilità di introdurre la
partecipazione finanziaria dei lavoratori, oltre ai temi dell'informazione e
altri aspetti attinenti sviluppati nel corso degli ultimi tempi.
La seconda questione che mi sembra importante sottolineare è che, attraverso
tali processi di partecipazione, possono essere notevolmente incrementati anche
i tassi di democraticità del sistema economico del nostro paese, in particolare
del sistema delle imprese. Si tratta di una riflessione che si sta sviluppando
a livello comunitario, ed è per questo motivo che, a mio avviso, tale tematica
sembra davvero meritevole di essere approfondita.
La terza questione che vorrei segnalare è che il movimento cooperativo è
particolarmente attento a questa materia, perché nel settore, come dimostra la
nostra esperienza, l'impresa è costituita proprio dalla partecipazione totale
dei lavoratori: il socio-lavoratore, infatti, non è solamente un lavoratore
dell'azienda, ma ne è anche il proprietario, pur se in termini numerici in modo
limitato, e per quanto riguarda la partecipazione al capitale, è sicuramente
motivato dalla partecipazione alla gestione ed alla direzione dell'impresa.
La nostra esperienza non è unica, poiché si colloca in un contesto più ampio,
ma è più avanzata rispetto, ad esempio, alle stock-options, alle public
company o alle società laborales spagnole. Al riguardo, vorrei
evidenziare che, in queste ultime, la presenza dei lavoratori deve
obbligatoriamente essere del 51 per cento del capitale sociale; pertanto, la
partecipazione dei lavoratori non è marginale e limitata, e dunque quasi sempre
subalterna alla proprietà ed alla gestione dell'impresa, come negli altri casi,
ma è effettivamente una cosa seria, in termini di direzione e di
responsabilità. Non c'è dubbio, tuttavia, che dopo questo esempio, le
cooperative rappresentino l'esperienza più pregnante in termini di
partecipazione dei lavoratori all'impresa, poiché è la loro.
Signor presidente, mi consenta di deviare momentaneamente dal tema specifico
dell'audizione, poiché ritengo che, in questo quadro, occorrerebbe davvero
rilanciare con forza la cooperazione, fertilizzando l'ambiente e creando le
condizioni affinché possa svilupparsi ancora di più rispetto alla situazione
attuale nel nostro paese. Vorrei ricordare, infatti, che in Italia la
cooperazione è molto più presente rispetto agli altri paesi europei, in
particolare per quanto concerne il lavoro, e si tratta di una specificità che
sarebbe bene trasmettere anche ai nostri partner, per farli procedere in modo
più spedito in questa direzione.
Sollevo il problema perché in questi ultimi due anni è tornato in auge un
lavoro del professore americano, Arthur Okun, consulente di Kennedy, che
parlava del grande trade-off tra efficienza ed equità, sostenendo, in
sostanza, che i due termini sono in contraddizione; in realtà, sulla base
dell'esperienza, essi risultano in contraddizione nel breve, ma non nel lungo
periodo, soprattutto in questa fase. Si è sempre ritenuto, infatti, che dovendo
demandare l'efficienza all'impresa (che, per sua natura, è una struttura
autoritaria), l'equità dovesse essere perseguita dallo Stato, il quale si fa
carico di tale compito attraverso i processi di redistribuzione della ricchezza
prodotta.
Negli ultimi anni, tuttavia, le decisioni economiche e finanziarie non sono più
assunte a livello di Stato nazionale, ma ad altri livelli, poiché il capitale
si è internazionalizzato e quindi la capacità dello Stato di acquisire maggiori
risorse attraverso la tassazione degli utili si riduce progressivamente;
inoltre, ogni paese dispone di risorse sempre minori per finanziare processi di
redistribuzione, volti a ottenere una maggiore equità.
Il nodo, allora, non è più risolvibile esclusivamente attraverso la semplice
redistribuzione del reddito prodotto, ma mettendo insieme, contemporaneamente,
la creazione di ricchezza e la sua redistribuzione. E la struttura d'impresa
che realizza tale fenomeno, redistribuendo nel momento in cui produce, è la
cooperativa, poiché in realtà, dove vi è una forte presenza del settore
cooperativo, la ricchezza è notoriamente molto più diffusa rispetto ad altri
paesi. Per tale motivo, dunque, per quanto concerne la partecipazione dei
lavoratori, a nostro avviso occorrerebbe uno sforzo per rilanciare la
cooperazione.
Tornando all'oggetto dell'audizione, ritengo che la discussione non possa non
tener conto di quanto è presente nel nostro paese dal punto di vista sia
dell'elaborazione teorica dell'impresa, sia dei sistemi relazionali industriali
attualmente in essere. Il primo consiglio che mi sentirei di dare, infatti, è
di non andare contro questo tipo di impostazione perché, anziché avere una
facilitazione o un consenso, rischieremmo di ottenere una ripulsa molto netta.
La seconda questione che, nel merito specifico, mi sembra opportuno
sottolineare è che, se vogliamo veramente incrementare l'efficienza
dell'impresa ed ottenere una forte partecipazione dei lavoratori, che ne
rappresenta una delle condizioni fondamentali, occorre ricordare che tutto ciò
può avvenire soltanto attraverso un miglioramento delle relazioni industriali.
Credo che bisognerebbe rilanciare la contrattazione tra gli interessi
organizzati che notoriamente a livello teorico costituiscono una relazione di
mercato più generale e, dunque, una realtà esterna alla struttura dell'impresa.
Entrando nel merito della proposta di legge Cirielli ed altri n. 2023,
riteniamo innanzitutto che il testo andrebbe calibrato in modo tale da aiutare
le parti sociali ad imboccare quella via. Dovremmo pensare piuttosto ad una
proposta di supporto dell'evoluzione delle politiche industriali, delle
relazioni contrattuali, fornendo un sostegno alle parti sociali per
incamminarsi sulla giusta strada. Non crediamo, pertanto, che sia opportuno
creare percorsi ulteriori rispetto a quelli autonomi delle parti sociali. Va
rilevato che l'istituzione per legge di organismi congiunti potrebbe
determinare inutili rigidità oltre che invadere ambiti che sarebbe opportuno
lasciare alla libera determinazione delle parti sociali. Su tale punto andrebbe
evitata qualunque discrasia con la scelta - codificata in questi ultimi giorni
dai decreti delegati in materia di diritto societario - di garantire un'ampia
autonomia statutaria e regolamentare alle imprese, ai modi in cui si lavora al
loro interno ed ai modi in cui si costruisce la governance. Infine
sembrerebbe opportuno ragionare più approfonditamente sul punto 3)
dell'articolo 1 della proposta di legge n. 2023, perché sarebbe più naturale
individuare i modi della distribuzione che, a nostro giudizio, dovrebbe essere
contrattata e aggiuntiva rispetto alla normale retribuzione.
In ogni caso ciò che dovrebbe essere oggetto di contrattazione non è la soglia
minima per l'impresa, ma l'ammontare degli utili da assegnare ai lavoratori.
Come è stato detto prima sarebbe bene che sulla questione si lasciasse libertà
totale ai lavoratori di aderire o meno a meccanismi del genere. Per ciò che
concerne la proposta di legge n. 2778, mi dispiace di dover contraddire
l'onorevole Volonté, ma riteniamo profondamente errato introdurre una
commistione tra remunerazione del lavoro e reddito derivante dal contratto di
associazione in partecipazione. Mi pare un percorso difficile da perseguire e credo
comunque che l'idea dovrà affrontare resistenze notevoli. La recente
proliferazione dei contratti di associazione - secondo stime attendibili
risulta che l'utilizzo di questo strumento contrattuale per regolamentare i
rapporti di lavoro si è triplicato nel corso dell'ultimo anno - desta molta
preoccupazione: si tratta, infatti, di un fenomeno che, in misura maggiore
rispetto alle collaborazioni coordinate e continuative «non ortodosse»,
facilita l'elusione delle regole sui rapporti di lavoro e l'evasione delle
norme in materia previdenziale, alterando le regole della concorrenza. Per tali
motivi, signor presidente, bisognerebbe analizzare sotto la lente di
ingrandimento questo fenomeno per vedere come possa in concreto essere
modernamente governato.
FERRUCCIO PELOS, Responsabile servizio sindacale Confcooperative.
Innanzitutto, vorrei soffermarmi su un dato: mi sembra abbastanza riprovevole
che le parti sociali si trovino a dover discutere di queste tematiche nel
confronto con il legislatore, in assenza di un avviso comune, di un patto tra
le parti che andrebbe consegnato al legislatore ed al Governo per manifestare
le proprie posizioni su materie che esse dovrebbero poter trattare in maniera
autonoma. Oggi ciò non è possibile, perché esiste un clima che non aiuta la
riflessione su questi argomenti; quindi, ben venga l'intervento del Parlamento.
Sarebbe opportuno utilizzare anche lo stimolo proveniente dall'Unione europea:
sono stati citate le direttive sull'informazione e sulla consultazione, sono
stati richiamati i comitati aziendali europei, è stato ricordato lo statuto
della società per azioni e della società cooperativa, sui quali siamo in parte
attivi. La questione della partecipazione non è secondaria, anzi è estremamente
rilevante in un momento di grande crisi economica e di grande tensione nel
nostro paese. In sostanza abbiamo bisogno di una pace sociale basata anche su
una partecipazione dei lavoratori non subalterna all'impresa. L'impresa non può
oggi cercare la filosofia della partecipazione per ottenere incrementi di
produttività per poi un domani buttare all'aria accordi e relazioni industriali
perché occorre una ristrutturazione.
Una vera partecipazione dovrebbe intervenire sia nella fase positiva sia in
quella negativa dell'andamento economico, pervenendo, in questo modo, a
relazioni industriali sufficientemente mature da consentire di gestire tutte le
fasi del ciclo.
Il problema, in realtà, è giungere, così come indicano le proposte di legge
presentate, ad una partecipazione dei lavoratori che non sia limitata al
risultato economico (vale a dire, nell'accezione generale, che se l'azienda va
bene verranno distribuite risorse aggiuntive ai dipendenti), ma che entri anche
all'interno del processo decisionale. Ciò può essere realizzato, ad esempio,
attraverso forme di consultazione o altri meccanismi idonei a legare, sempre
più, i lavoratori alla vita della loro impresa. Personalmente, infatti, non ho
mai pensato che il conflitto industriale fosse finalizzato a distruggere la
propria azienda, perché, alla fine, ha prodotto un risultato, dal momento che
il lavoratore ha sempre avuto la consapevolezza che il suo reddito fosse
indissolubilmente legato all'impresa, per cui capitale e lavoro si trovano in
una dialettica in cui i destini dell'uno sono, in qualche modo, legati a quelli
dell'altro.
Come è possibile, allora, realizzare questo obiettivo? Le iniziative
legislative a sostegno della partecipazione rappresentano un elemento
rilevante, e non possiamo che concordare con questa scelta. L'onorevole
Grassucci ha già portato l'esempio del settore cooperativo ed io vorrei citare
solamente un dato al riguardo. Non molto tempo fa, con la legge n. 142 del 2001
sul socio-lavoratore, il legislatore ha tracciato un percorso che ritengo molto
impegnativo. Quando discutiamo della cooperazione, infatti, dobbiamo parlarne
con tutta la responsabilità che comporta proporre oggi un modello che, a nostro
avviso, deve essere ricondotto (perché la cooperazione non può essere una
scorciatoia) proprio ai principi che il legislatore ha fissato nell'articolo 1
della citata legge n. 142 del 2001. Tale articolo dispone che il
socio-lavoratore di una cooperativa partecipi alla formazione degli organi
sociali, definisca la struttura di direzione e di gestione dell'impresa,
contribuisca alla formazione del capitale sociale, partecipi al rischio
d'impresa, ai risultati economici ed alle decisioni in merito alla destinazione
dei risultati d'impresa.
Ebbene, nel momento in cui si afferma che questa è la cooperazione e che questo
deve essere il socio-lavoratore, occorre rendersi conto che ci viene affidato
un compito considerevole, nel senso che la contribuzione del socio-lavoratore
alla formazione del capitale può essere costituita, per esempio, anche da una
cooperativa nella quale il singolo socio - non artigiano, badate - possieda
anche quote capitarie che superano i 60-70 milioni di vecchie lire (come
avviene in numerosissime cooperative). In quella cooperativa, allora, la
partecipazione del socio-lavoratore alla sua impresa non solo è una
partecipazione vera, ma significa anche democrazia economica, poiché l'impresa
diventa sua ed il progetto appartiene comunque a più soci-lavoratori, che si
uniscono per un obiettivo comune. Diventa abbastanza inutile, dunque, discutere
di partecipazione nel settore della cooperazione, poiché si tratta di un dato
ad esso intrinseco, altrimenti non sarebbe una vera partecipazione.
Il socio-lavoratore, pertanto, non dovrebbe essere interessato ad una proposta
di legge sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione ed ai risultati di
impresa, perché, essendo proprio un socio-lavoratore, beneficia di tutte queste
caratteristiche, anche se, come afferma il legislatore, oltre al rapporto
associativo instaura anche un ulteriore rapporto di lavoro, in forma
subordinata. Essendo la cooperativa costituita da soci-lavoratori e, in alcuni
casi, anche da soci-dipendenti e da soli dipendenti, è evidente che, in quel
caso, il mondo della cooperazione non si deve tirare indietro rispetto alle
proposte di partecipazione, fino a giungere, nel caso del lavoratore
dipendente, non solo ad una ripartizione degli utili (si potrebbe ipotizzare,
ad esempio, di iniziare da una retribuzione legata agli obiettivi e
all'andamento dell'impresa), ma anche ad un'ulteriore forma di coinvolgimento.
Tuttavia, se nel caso del socio della cooperativa è abbastanza semplice parlare
di ristorno, o di aumento gratuito del capitale sociale, diventa più difficile
per un lavoratore dipendente pensare - e mi riferisco ad una delle due proposte
di legge al vostro esame - ad una distribuzione delle azioni, vale a dire ad
una partecipazione che, alla fine, si risolve in un rapporto personale ed
individuale tra il singolo lavoratore e l'impresa. Con una singola azione,
infatti, non si costruisce democrazia economica e con una singola impresa non
si costruisce un vero dialogo tra capitale e lavoro: c'è bisogno, invece, di
una forma di partecipazione, inclusa quella agli utili dell'impresa, che crei
un movimento consapevole di lavoratori-azionisti, in grado di interloquire
all'interno dell'azienda sia come lavoratori, sia come azionisti, perché si
tratta di due figure che, a mio avviso, devono essere salvaguardate.
Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, dunque, vi è la piena
disponibilità sia a discutere il merito dei progetti di legge in esame, sia ad
allargare i meccanismi di partecipazione finanziaria dei lavoratori, poiché, a
mio avviso, questa iniziativa è meritoria, anche se occorre considerare che si
ragiona in termini diversi quando i lavoratori devono partecipare, ad esempio,
ai fondi di previdenza integrativa. Se parliamo di fondi aperti, infatti, il
rapporto tra lavoratore-dipendente, socio, mercato finanziario e democrazia
economica è quantomai lontano, se si deve andare da una banca o da una
assicurazione per costruirsi una pensione integrativa: la strada dei fondi
chiusi, in tal senso, dovrebbe essere evidentemente privilegiata.
Concludendo il mio intervento, vorrei informare che la nostra organizzazione è
disponibile a fornire alla Commissione lavoro la documentazione inerente
l'oggetto delle due proposte di legge al vostro esame.
ALBERTO DE CRAIS, Responsabile area politiche sindacali e sociali della
CNA. Signor presidente, cercherò di rispettare il suo invito alla sintesi,
anche perché molti argomenti sono stati già affrontati dagli interventi che mi
hanno preceduto.
La partecipazione ai risultati economici ed alla gestione dell'impresa è
un'esperienza che, in maniera informale, si sviluppa naturalmente all'interno
delle imprese artigiane e delle piccole aziende, poiché si tratta, come è noto,
di imprese in cui il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore è
caratterizzato da un forte legame personale, da un forte spirito collaborativo e
da una sostanziale condivisione dei risultati dell'impresa. Risulta evidente,
dunque, che in un ambiente caratterizzato da questo humus sia naturale
anche la ricerca e l'individuazione strumenti di partecipazione dei lavoratori
sia ai risultati economici sia alla gestione dell'impresa stessa.
Occorre dire che, purtroppo, talvolta tali strumenti non sono sempre «limpidi»,
e dunque la CNA ritiene opportuna una legislazione che intervenga non in
maniera invasiva sulle volontà dei soggetti interessati, ma a sostegno di tali
strumenti, favorendone la legalità e la limpidezza. A nostro avviso, dunque,
non deve essere approvato né un provvedimento che forzi la volontà dell'uno e
dell'altro soggetto, né un intervento riferito in maniera generica a tutti i
lavoratori, ma una normativa che favorisca, nel caso che un lavoratore ed un
imprenditore concordino di adottare tali strumenti, il percorso di
partecipazione sia ai risultati sia alla gestione dell'impresa stessa.
PAOLO MELFA, Rappresentante Casartigiani. Manifestiamo apprezzamento
per il fatto che queste due proposte di legge abbiano comunque riacceso
l'attenzione su tematiche che, sia per cause naturali sia per necessità
costituzionali e comunitarie, erano state trascurate, mentre è bene che vengano
approfondite e studiate. Credo che l'apprezzamento sulle proposte di legge
necessiti, però, un ulteriore approfondimento. Bisognerebbe soffermarsi
maggiormente sulla proposta di legge n. 2778 riguardante soprattutto le imprese
artigiane ed agricole. Riteniamo che la volontarietà debba rappresentare la
base essenziale di tutto l'impianto legislativo. Il lavoro in un impresa
artigiana viene svolto dal lavoratore dipendente «gomito a gomito» con
l'imprenditore artigiano: essi, fin dall'avvio dell'attività, sanno già di
essere complementari e non conflittuali. La struttura dell'impresa artigiana
rispetto a quella delle imprese medie comporta delle differenze che noi
riteniamo siano state in parte colte dalla proposta di legge n. 2778. Il
problema della volontarietà diventa per noi centrale, anche se riteniamo che
l'evoluzione sia dei rapporti sindacali sia del mutato scenario sociale ed
economico abbiano già delineato di fatto le condizioni per compiere dei
sostanziali passi avanti in materia.
PRESIDENTE. A conclusione di questo nostro incontro - credo di interpretare anche
l'opinione dei colleghi - stimolante ed interessante, non escludo che possa
essere necessario prevedere un ulteriore incontro. Non è un caso che nel gruppo
dei soggetti da ascoltare oggi si sia incluso il settore dell'artigianato e
della piccola impresa, perché, al di là di semplificazioni - che farebbero
torto a chi di noi ha speso una buona parte della propria vita su questi
argomenti - il quesito se il principio della partecipazione e della
compartecipazione alla gestione della parte economica e decisionale sia più
attinente alle piccole dimensioni di impresa o alle grandi può sembrare
superficiale e grossolano, ma «aleggia» su ciascuno degli studiosi del settore.
Avete giustamente sottolineato la natura particolare dell'impresa artigiana in
cui si realizza un rapporto peculiare tra il datore di lavoro ed il prestatore
d'opera. Inutile dirvi che rispetto allo schema classico, datore di lavoro e
platea dei prestatori d'opera, quasi all'estremo opposto si giustappone lo
schema in cui il prestatore d'opera lavora anche e soprattutto per se stesso,
come nel caso della cooperativa dove si realizza la figura del
lavoratore-proprietario. Inutile dire che la società moderna con le sue ricche
articolazioni ed invenzioni ci offre un campo del tutto nuovo. Non si può
ignorare che la partecipazione del lavoratore è la partecipazione del
lavoratore in quanto tale, poiché ove si trattasse della partecipazione del
proprietario-lavoratore ci troveremmo in un'altra ben precisa fattispecie. Allo
stesso modo, una cosa è la partecipazione dei lavoratori ed altra cosa è il
processo di consultazione con le organizzazioni.
La società moderna ci offre una terra nuova, in cui molte figure di tipo
intermedio (o in cui si compenetrano le connotazioni dell'imprenditore o del
prestatore d'opera, del partecipe al capitale) si manifestano all'orizzonte.
Sotto tale profilo, il grande mondo delle imprese che voi rappresentate
costituisce il campo nobile di sperimentazione, con la responsabilità di tutta
la Commissione nell'affrontare questo tema appassionante ed ineludibile, di cui
certamente non bisogna sottovalutare la complessità e le implicazioni.
Ringrazio tutti i presenti e dichiaro conclusa l'audizione.
La seduta termina alle 16,25.