Confederazione italiana delle piccola e media industria

STUDIO CONFAPI - CER

"EURO & PMI. La moneta unica e le piccole e medie industrie"

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Torino, 10 luglio 1998 Centro Congressi Lingotto

 

Euro & PMI

 

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SINTESI DEL DOCUMENTO (formato HTML)

 

triandx.gif (906 byte) Premessa
Le piccole e medie imprese, qualche dato
La crescita delle PMI, alcuni fattori critici
Lo Studio "EURO & PMI"

 

triandx.gif (906 byte) Capitolo 1. L'interazione tra l'adozione della moneta unica e i processi di globalizzazione

 

triandx.gif (906 byte) Capitolo 2. UME: gli effetti sulle PMI dei processi di trasformazione dei mercati finanziari e monetari e le conseguenze sul mercato del credito

 

triandx.gif (906 byte) Capitolo 3. Il problema tributario nel processo di integrazione europeo

 

triandx.gif (906 byte) Le scelte del passato

 

triandx.gif (906 byte) Il presente e il futuro: alcune proposte
Euro & PMI  

 

Premessa

Le analisi contenute nello Studio CONFAPI-CER "EURO & PMI" partono da una convinzione: che l’adesione all’Unione Monetaria Europea rappresenti una fondamentale opportunità di sviluppo per l’economia italiana.

Certo, l’Europa esce da una lunga fase di stagnazione, durante la quale forte è stato l’aumento della disoccupazione e pesante il costo pagato alle esigenze del risanamento macroeconomico.

Tornano a proporsi molte delle condizioni che stimolarono il ciclo virtuoso della crescita europea negli anni 50-60. Di qui nasce la convinzione delle opportunità di sviluppo offerte dalla moneta unica.

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Le piccole e medie imprese, qualche dato

Per dare conto di quanto l’attenzione alle PMI sia opportuna, è utile rammentare qualche dato.

Le PMI costituiscono una quota prevalente del settore produttivo in tutti i paesi europei. Con riferimento alla media dell’Unione Europea, le imprese con un numero di addetti inferiore a 250 unità (PMI) rappresentano oltre il 99% del totale delle imprese, e assorbono circa i due terzi sia del fatturato che dell’occupazione complessivi. Le imprese con meno di 10 occupati, in particolare, rappresentano il 93% del totale delle imprese, assorbono il 32% dell’occupazione, e producono il 25% del fatturato totale.

Entrando nel dettaglio dei singoli paesi, tuttavia, emergono notevoli differenze (tavola 1). In Italia, l’incidenza dell’occupazione assorbita dalle PMI risulta pari al 78,7%; valori simili si riscontrano in Portogallo (77,5%), Irlanda (79,3%), Spagna (81,1%) e Grecia (85,6%). Il dato dell’Italia risulta, quindi, sensibilmente superiore rispetto alla media dei paesi europei (66,2%), con scostamenti particolarmente rilevanti nei confronti di Francia (63,4%), Germania (59,9%) e Regno Unito (57,7%).

Il dato nell’ultima colonna della tavola 1 indica, per ciascun paese, il rapporto tra la quota degli occupati sul totale dei paesi europei, e la quota delle imprese. Valori inferiori ad uno, rappresentativi di una incidenza delle piccole e medie imprese superiore alla media europea, si riscontrano in Grecia, Spagna, Italia (0,65), Portogallo e Finlandia. Su posizioni opposte, l’incidenza della grande industria risulta particolarmente elevata in Germania, Olanda e Austria.

Si evidenzia dunque come in Italia, in termini di occupazione, l’incidenza delle PMI sia superiore alla media europea e ciò tanto nel comparto industriale che in quello delle costruzioni (tavola 2).

Per quanto riguarda il modello di specializzazione produttiva, nella media UE le PMI denotano una posizione fortemente sbilanciata a favore dei settori ove le economie di scala non costituiscono un fattore decisivo e nei quali l’intensità di capitale risulta relativamente bassa. Questa evidenza è confermata, per altra via , dai dati delle Centrale dei Bilanci relativi alla classificazione PAVITT, che mostrano come la dimensione media delle imprese sia più bassa nei "settori tradizionali" (grafico 1), mentre i "settori ad alta tecnologia", spesso considerati trainanti, si caratterizzano per la dimensione media più elevata; in posizione intermedia sono le altre tipologie di impresa ("settori di specializzazione" e "imprese di scala"). Se si considera la classificazione CERVED (che comprende un numero largamente più ampio di imprese molto piccole), trova conferma la medesima gerarchia dimensionale (cfr. grafico 1).

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La crescita delle PMI, alcuni fattori critici

Anche a fronte di tale evidenza, la crescita delle PMI evidenzia dunque alcuni fattori critici. Numerose analisi, difatti, concordano nel sostenere come i buoni risultati di crescita abbiano comportato un allargamento della base produttiva contraddistinto da investimenti a basso contenuto innovativo, da scarsi investimenti in capitale umano e da rigidità sotto il profilo organizzativo. Tale problema, particolarmente rilevante per il peso assunto dalle PMI nella struttura del sistema produttivo dell’Italia, diventa ancora più cruciale alla luce dell’Unione Monetaria Europea, poiché nel momento in cui viene a mancare la possibilità per i singoli paesi di effettuare svalutazioni del tasso di cambio, la competitività su un mercato europeo sempre più integrato si giocherà principalmente sul terreno della tecnologia e dell’innovazione.

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Lo Studio "EURO & PMI"

Tale Studio evidenzia come l’adozione della moneta unica sancisca, per l’insieme dei paesi europei, il passaggio ad un nuovo ambiente macroeconomico in cui le risorse pubbliche non sono più preventivamente assorbite dalla crescita incontrollata dei disavanzi; in cui l’attività privata di investimento beneficia di tassi di interesse reali in discesa e finalmente destinati a tornare al di sotto dei saggi di crescita potenziali del prodotto; in cui le capacità progettuali degli agenti non sono più vanificate da un eccesso di volatilità dei cambi e dalla conseguente incertezza sugli andamenti dell’economia reale.

Tuttavia, perché un processo di sviluppo nell’Unione Monetaria possa effettivamente concretizzarsi, è necessario che si realizzino alcuni presupposti che coinvolgono, prima ancora della capacità di adattamento dell’imprenditoria privata, l’azione dell’operatore pubblico. La questione si pone innanzitutto a livello europeo. La grande sfida che l’Europa nel suo insieme deve raccogliere è di ripristinare elevati e duraturi tassi di crescita, pur conservando le condizioni di stabilità finanziaria e fiscale a cui si è ritornati in virtù delle politiche di rigore degli ultimi venti anni.

Come conciliare allora crescita e stabilità? Attraverso quali strumenti riportare l’economia europea verso i suoi saggi di crescita potenziale?

La strada sembra essere quella che porta a superare, come il recente periodo di stagnazione insegna, il comportamento non cooperativo delle politiche europee, esploso in modo drammatico dopo la riunificazione tedesca e che ha imposto, a parità di obiettivi, una dose supplementare di restrizione.

L’Unione Monetaria è funzionale a questo progetto. Vi è una crescente consapevolezza che proprio l’adozione della moneta unica possa costituire un potente strumento di coordinamento, attraverso il quale colpire al cuore il problema della macroeconomia europea, ossia il divario fra l’interdipendenza dei mercati e l’illusoria indipendenza delle politiche.

La principale questione che chiede di essere risolta è quella della mancata definizione di una politica di bilancio comune, elemento che si scontra con la ormai compiuta centralizzazione dell’autorità monetaria.

Come è stato osservato, una politica monetaria esogena, non armonizzata con le altre politiche economiche a un livello di responsabilità politica collettiva, rischia di costituire una barriera allo sviluppo e di protrarre le condizioni di bassa crescita che caratterizzano l’Europa nel confronto con altre grandi aree economiche.

Solo l’estensione della cooperazione monetaria all’intero spettro delle politiche economiche consentirà l’innesco di un nuovo ciclo di crescita.

Se questi sono i problemi con cui si confrontano le autorità europee, a livello nazionale si pone l’obiettivo di come preservare la competitività di un sistema produttivo fondato sulla diffusione delle PMI e forse, in passato, troppo assuefatto alle svalutazioni del cambio.

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Capitolo 1. L’interazione tra l’adozione della moneta unica e i processi di globalizzazione

In termini più generali, è presumibile che nei prossimi anni il modello di specializzazione dell’industria italiana venga sottoposto a forti pressioni, per il concorrere di due fenomeni: l’adozione della moneta unica e l’approfondimento dei processi di globalizzazione.

Dopo una disamina delle opportunità che l’unificazione monetaria offre in termini di mutamento del modello di politica economica europeo, ci si interroga sulle sollecitazioni che la moneta unica potrà esercitare sulla struttura produttiva del nostro paese.

In particolare, la questione è se sia possibile individuare meccanismi spontanei in grado di assicurare l’adeguamento del modello di specializzazione ad un ambiente che tenderà ad aumentare le pressioni competitive.

La risposta è negativa: anche a fronte della scomparsa della variabilità di cambio intra-europea, l’industria italiana tenderebbe infatti ad approfondire i sentieri di specializzazione preesistenti. Si osserva pertanto come il nostro paese possa risultare privo degli elementi di competitività necessari invece nell’Europa della moneta unica.

Un elemento tanto più grave se, come si evidenzia, non sembra lecito attendersi una gestione compensativa del cambio verso il dollaro. Al contrario, l’analisi porta a concludere che uno scenario di rapido sviluppo della domanda e degli investimenti necessita di una politica di stabilità del valore esterno dell’Euro.

Tali osservazioni portano ad indicare alcuni interventi che, nell’ambito di un quadro normativo più generale, possano dunque sostenere il livello di competitività delle PMI, che del modello di specializzazione italiano costituiscono l’ossatura.

Vengono considerati quei fattori in grado di indirizzare l’attività di accumulazione verso l’innovazione tecnologica, di migliorare la competitività del sistema di PMI preso nel suo insieme, di favorire i comportamenti di internazionalizzazione.

Si tratta di un primo elenco, non esaustivo, dei provvedimenti auspicabili. Più chiaro il messaggio: senza un’adeguata collaborazione fra soggetti privati ed operatore pubblico, le PMI rischiano di non poter cogliere le opportunità di sviluppo offerte dalla moneta unica.

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Capitolo 2. UME: gli effetti sulle PMI dei processi di trasformazione dei mercati finanziari e monetari e le conseguenze sul mercato del credito

E’ opinione largamente condivisa che l’UME favorirà lo sviluppo di mercati ampi e di nuovi intermediari finanziari. Di ciò, almeno in un primo tempo, beneficeranno principalmente le grandi imprese, poiché per le imprese minori resterà più costoso che per le altre ricorrere a strumenti di finanziamento diretto.

Nel breve periodo, quindi, l’interlocutore privilegiato delle piccole imprese sarà ancora rappresentato dalle banche.

Secondo molti, le pressioni concorrenziali all’interno del sistema creditizio e la minore domanda di impieghi da parte delle grandi imprese potranno determinare una maggiore offerta di credito bancario verso le piccole e medie imprese e favorire una maggiore omogeneità del costo del credito per tutti i prenditori di fondi. Tuttavia, poiché la concorrenza tra banche sarà molto vivace soprattutto dal lato della raccolta, e data la forte segmentazione nei mercati del credito, la spinta al rialzo dei tassi d’interesse passivi potrebbe frenare la riduzione dei tassi sugli impieghi; ciò è maggiormente probabile nel caso degli istituti di credito locali. Il che non toglie che la partecipazione dell’Italia all’UME possa consentire una netta riduzione dei rendimenti monetari e finanziari e determinare un’ampia diminuzione del tasso applicato ai prestiti bancari a breve.

Se, da un lato, non c’è da aspettarsi una significativa diminuzione del mark-up sui prestiti, d’altra parte le banche possono aiutare le piccole imprese a trarre vantaggio dall’UME in modi diversi: ad esempio aumentando la concessione di prestiti a lungo termine (sì da ridurre la sensibilità al ciclo monetario), avviando con gradualità parte delle piccole imprese a finanziarsi con strumenti di mercato, sostenendone anche lo sforzo di penetrazione nei mercati esteri.

Quanto più le banche sapranno proporre queste ed altre forme di sostegno delle piccole imprese, tanto più queste ultime trarranno vantaggio dall’UME. Ne segue che i vantaggi dell’Euro sul lato finanziario non sono, per le piccole imprese, scontati, rimanendo al contrario fortemente condizionati dal comportamento degli intermediari creditizi.

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Capitolo 3. Il problema tributario nel processo di integrazione europeo

Con la nascita della moneta unica è più urgente la soluzione del "problema" tributario, che ha costituito fin dall’inizio della costruzione del mercato comune europeo una fonte di distorsione. La mancanza di una politica tributaria comune fa si che l'obiettivo della crescita e quello della stabilità possano essere gravemente condizionati da fenomeni di concorrenza fiscale. Eliminate le svalutazioni competitive delle monete si subirebbero le insidie delle svalutazioni fiscali.

Tale capitolo mira a fornire una base informativa utile a valutare come una tale prospettiva finisca con il penalizzare soprattutto le piccole e medie imprese, che meno possono cogliere i benefici dei diversi sistemi vigenti in Europa attraverso operazioni di triangolazione ben più agevoli per le grandi imprese. Come, quindi ,anche in questo campo le imprese minori sarebbero favorite dalla adozione di scelte politiche comuni.

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Le scelte del passato

Comprendere i possibili impatti della moneta unica su questo fronte significa innanzitutto capire quale potrà essere l’evoluzione del regime fiscale prevalente in Europa a partire dalle scelte finora operate in ambito comunitario e a livello dei diversi sistemi nazionali.

Alla nascita del Mercato Comune Europeo il problema tributario si presentò ai costruttori del futuro edificio europeo principalmente come possibile fonte di distorsione della concorrenza. L’imposizione sulle vendite attirò anzitutto l’attenzione delle autorità comunitarie. Con la decisione di regolare gli scambi intracomunitari sulla base del principio della tassazione nel paese di destinazione si pensò di assicurare la neutralità dell’imposta rispetto alle importazioni e alle esportazioni. Meno direttamente legata alla creazione di un’area di libero scambio, l’armonizzazione delle imposte dirette non aveva invece trovato un esplicito riferimento nel trattato di Roma. Il trattamento tributario dei redditi di capitale finanziario è stato lasciato quindi alla completa sovranità dei singoli paesi, mitigata dagli accordi contro la doppia tassazione dei redditi. Fin quando sono rimasti operativi i controlli valutari la concorrenza fiscale ha tuttavia incontrato limiti.

Con la liberalizzazione del 1993 la concorrenza fiscale ha potuto operare sempre più estesamente, favorita anche dalle clausole del trattato di Maastricht che consentono un trattamento tributario differenziato tra i residenti e i non residenti di ogni paese membro. Di conseguenza, la tassazione dei cespiti internazionalmente mobili (come il capitale finanziario) si è progressivamente ridimensionata, mentre è cresciuto il "peso" della tassazione dei rendimenti dei cespiti meno mobili o immobili (lavoro e proprietà immobiliari). Ogni proposta di armonizzazione della fiscalità del risparmio e delle imprese è fallita: gli arbitraggi tra i paesi membri operano ormai estesamente. Anche i rapporti con i "paradisi fiscali" esterni all’Unione, specialmente con quelli geograficamente vicini ai singoli paesi membri, favoriscono la caduta della tassazione dei cespiti mobili. Per le imprese multinazionali, la diversità di tassazione ha determinato principalmente incentivi a trasferire i profitti tassabili tra sedi ubicate nei vari paesi; per le imprese minori che meno possono utilizzare queste possibilità ha inciso sulle scelte di localizzazione dell’attività.

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Il presente e il futuro. Alcune proposte

Cambierà il quadro con l’introduzione della moneta unica? Certamente l’adozione della moneta unica accelererà alcuni cambiamenti già in atto.

Con l’abolizione delle frontiere fisiche e finanziarie è stato necessario prevedere la trasformazione dell’IVA in imposta che opera sulla base del principio della tassazione nel paese di origine. Alla fine del periodo transitorio, questa decisione finirà per trasformare l’IVA, sotto certi aspetti, in una imposta generale prelevata maggiormente nelle fasi vicine alla produzione. L’adozione di un’unica misura monetaria renderà inoltre più trasparenti le difformità di prelievo generando una spinta degli operatori "svantaggiati" residenti nei Paesi a più elevato prelievo, per la definizione di accordi che ripristinino le condizioni di non-interferenza fiscale. Questo è certamente il caso della tassazione degli idrocarburi che per esempio in Italia è prelevata con aliquote molto più elevate di quelle minime stabilite a livello comunitario. Inoltre per evitare le distorsioni derivanti dalle diverse possibilità di evasione, sarà indispensabile una ristrutturazione dell’amministrazione del tributo: la ripartizione del gettito tra gli stati membri andrà infatti regolata attraverso un sistema di compensazioni degli introiti dei vari paesi.

Nella tassazione del reddito da impresa c’è stato un certo avvicinamento "spontaneo" tra i vari paesi, specialmente per quanto concerne la struttura delle aliquote e il "peso" effettivo dei tributi, anche se le differenze restano rilevanti.

Riconosciuta la necessità di "un’azione coordinata a livello europeo per combattere la concorrenza tributaria dannosa evitando eccessive perdite di gettito e cercando strutture tributarie che evolvano in una direzione più favorevole all’occupazione", il Consiglio Ecofin ha invitato la Commissione UE a preparare e sottoporre proposte di direttiva, da definire con l’ausilio di un apposito gruppo di esperti designati dai Ministri delle Finanze.

Questo lavoro dovrà concretizzarsi anzitutto in un "codice di condotta" sulla tassazione delle imprese, che individui le misure tributarie suscettibili di influenzare significativamente la localizzazione dell’attività di impresa nella Comunità. Questo codice dovrà prendere in considerazione espressamente le differenze rilevanti tra i livelli di tassazione (compresi gli effetti delle esenzioni e delle agevolazioni) dei vari paesi membri, attribuibili sia alle minori aliquote nominali, sia a differenti definizioni degli imponibili, ecc.

La disciplina comune della tassazione delle imprese non sarebbe efficace senza un intervento sui redditi da capitale. In questo campo, sono state delineate alcune linee di approfondimento basate sul principio della ritenuta (definitiva o d’acconto) sui rendimenti. Si tratta di conclusioni ancora a "maglie larghe" ma se si guarda ai passati quarant’anni non si può non rilevare che si tratta di un importante e concreto passo avanti.

La proposta consisterebbe nel passare a una tassazione cedolare nel paese di produzione dei redditi, con aliquota minima concordata tra tutti i paesi UE. Il vantaggio risiederebbe nell’eliminazione della necessità di trasmissioni transfrontaliere di informazioni e nella riduzione del peso degli arbitraggi nelle localizzazioni.

Questi probabili sviluppi negli orientamenti comunitari interessano naturalmente tutte le imprese senza una particolare attenzione per quelle minori.

Un risultato che potrebbe portare a confermare l’impressione che l’Unione Europea si muova nei confronti delle imprese minori secondo due piani in apparente contraddizione: se si considerano i problemi di armonizzazione della tassazione diretta delle società, le piccole imprese vengono di solito trascurate; quando invece si sposta l’attenzione sul futuro economico dell’Unione, sui problemi dell’occupazione, ecc., le piccole imprese diventano rilevanti e si fa anche talvolta riferimento all’utilizzo della tassazione per la realizzazione degli obiettivi della politica europea verso le PMI.

In altre parole, l’armonizzazione sembra caratterizzata dalla ricerca della "neutralità" della tassazione; la politica tributaria verso le piccole imprese dovrebbe, invece, essere orientata a "non neutralità" consapevoli e finalizzate.

Uno strabismo apparente se si guarda alla decisione approvata nel 1996 dal Consiglio dei ministri dell’UE che indica come obiettivi dichiarati il miglioramento dell’ambiente amministrativo e regolamentare, il miglioramento della situazione di finanziamento delle PMI, l’"omogeneizzazione" e l’internazionalizzazione delle imprese, la promozione dell’imprenditorialità. Una indicazione che dovrà ora trovare un’adeguata applicazione nelle linee di sviluppo della normativa dell’Unione.

E’ evidente che il fisco dovrà tuttavia perseguire questi obiettivi, in primo luogo in ambito nazionale. In effetti, le recenti modifiche apportate alla tassazione delle imprese italiane possono muovere in questa direzione riducendo i vantaggi tributari del debito. Anche la revisione della tassazione delle plusvalenze può incidere sul rafforzamento del capitale di rischio nelle piccole imprese societarie. D’altro canto, una maggiore apertura delle PMI al capitale esterno richiede una sforzo per migliorare la trasparenza delle informazioni economiche concernenti le PMI; questo comportamento può essere scoraggiato nei paesi in cui il livello nominale delle aliquote di tassazione è molto alto. Sarebbe, quindi, auspicabile che gli sforzi nella direzione di una maggiore trasparenza dei conti delle PMI fossero accompagnati da attenuazioni dell’onere tributario che servano ad evitare contraccolpi imprevisti e onerosi sulla loro situazione economica.

Le politiche che dovranno accompagnare su questo versante il varo della moneta unica non potranno muovere solo verso una compressione del prelievo. La convergenza delle politiche di bilancio attraverso l'adozione di parametri fissi di disavanzo e di debito, non rappresenta la condizione sufficiente per garantire l’obiettivo di favorire la crescita e l'occupazione. Specie nel caso delle imprese minori il recupero di efficienza della spesa pubblica risulta un obiettivo ben più vitale rispetto alle necessità delle grandi imprese. Non si tratta solo di guardare a ciò che direttamente viene fatto per le imprese. Egualmente temibile come la concorrenza fiscale è quella che può essere esercitata sul lato dei servizi forniti alle famiglie che incide sul grado di soddisfazione salariale e, per questa via, sulla sostenibilità di una politica dei redditi che rappresenta uno dei capisaldi irrinunciabili dell’Unione.

Di qui l’urgenza di intervenire con coraggio innanzitutto sulla crisi di efficienza che ancora interessa la spesa pubblica fuoriuscendo da una valutazione che spesso è solo quantitativa. Ma per migliorare l'efficienza della spesa occorre anche decentrarla, secondo quel principio della sussidiarietà che suggerisce di collocare i livelli di decisione il più possibile alla portata e alla visibilità degli interessati. Il trasferimento delle decisioni a livelli più bassi richiede tuttavia un mutamento delle procedure di decisione, che devono man mano diventare meno burocratiche e basarsi su forme di concorrenza gestionale orizzontale, oltre che di decentramento verticale.

 

 

CESPIM S.r.l.
Copyright © 1998
aggiornato il 18/11/1998

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