Nota sul Documento di programmazione
economico-finanziario per gli anni 2006-2009
22 luglio 2005
L’andamento dell’economia a livello mondiale ed europeo
Le previsioni più recenti, rese note dall’FMI lo scorso aprile, indicano per il 2005 tassi di sviluppo del prodotto e del commercio mondiali del 4,3 e del 7,4 per cento, rispettivamente.
I divari di crescita fra le principali aree industriali si manterrebbero elevati; gli Stati Uniti e l’Asia emergente continuerebbero a costituire i motori della domanda nell’attività economica mondiale.
Nell’area dell’euro l’attività economica crescerebbe dell’1,6 per cento; tale valore sarebbe il risultato di andamenti diversi fra paesi: in Germania il prodotto aumenterebbe dello 0,8 per cento, in Francia del 2,0, in Spagna del 2,8. Grazie al positivo andamento nel Regno Unito e nei nuovi paesi membri, nella UE l’attività economica si espanderebbe del 2,1 per cento.
L’area asiatica che rappresenta circa un quarto del prodotto mondiale, risulterebbe anche quest’anno la più dinamica con un incremento dell’attività produttiva del 7 per cento circa; in Cina e in India il prodotto aumenterebbe dell’8,5 e del 6,7 per cento, rispettivamente.
Le previsioni dell’economia in Italia
Le previsioni dei maggiori centri di ricerca e istituzioni indicano, per l’Italia, tassi di crescita del PIL compresi tra lo 0,8 di Confindustria e il 2% del Fondo Monetario internazionale:
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Tasso di crescita del PIL |
2005 |
2006 |
|
Centro Studi Confindustria luglio 2005 |
-0,3 |
0,8 |
|
Prometeia giugno 2005 |
-0,2 |
0,9 |
|
OCSE maggio 2005 |
-0,6 |
1,1 |
|
ISAE maggio 2005 |
0,2 |
1,6 |
|
Ref.Irs maggio 2005 |
0,5 |
1,6 |
|
FMI aprile 2005 |
1,2 |
2,0 |
|
Commissione Europea aprile 2005 |
1,2 |
1,7 |
|
CER |
-0,1 |
1,2 |
In Italia, nel primo trimestre del 2005, il prodotto interno lordo (PIL), è diminuito dello 0,5 per cento rispetto al trimestre precedente e dello 0,2 per cento nei confronti del primo trimestre del 2004.
In termini congiunturali, le importazioni di beni e servizi sono diminuite del 2,4 per cento, il totale delle risorse (prodotto interno lordo e importazioni di beni e servizi) è diminuito dello 0,9 per cento.
Dal lato della domanda, le esportazioni sono diminuite del 4,1 per cento, gli investimenti fissi lordi sono diminuiti dello 0,6 per cento, mentre i consumi finali nazionali sono aumentati dello 0,2 per cento.
All’interno dei consumi finali, sia la spesa delle famiglie residenti sia quella della pubblica amministrazione e delle istituzioni sociali private sono aumentate dello 0,2 per cento.
La diminuzione degli investimenti è stata determinata da una contrazione degli investimenti in costruzioni del 2,0 per cento e degli investimenti in macchine,attrezzature e altri prodotti dell’1,1 per cento, mentre gli acquisti di mezzi di trasporto sono cresciuti del 7,0 per cento.
In termini tendenziali, le esportazioni sono diminuite dello 0,5 per cento, le importazioni sono cresciute dello 0,9 per cento.
La spesa delle famiglie residenti e quella della pubblica amministrazione sono cresciute rispettivamente dello 0,3 per cento e dello 0,9 per cento. La spesa delle famiglie sul territorio nazionale è rimasta stazionaria in termini tendenziali. Nel suo ambito, gli acquisti di servizi sono cresciuti dello 0,6 per cento, i consumi di beni durevoli sono aumentati dello 0,5 per cento, mentre gli acquisti di beni non durevoli sono diminuiti dello 0,7 per cento.
Gli investimenti fissi lordi hanno segnato nel complesso una diminuzione del 2,6 per cento (contrazioni del 5,3 per cento per i macchinari e gli altri prodotti, dello 0,8 per cento per i mezzi di trasporto e dello 0,1 per cento per le costruzioni).
Le cause dell’insufficiente crescita dell’economia italiana
In base alle indagini effettuate dalla Banca d’Italia, l’economia italiana continua a risentire del deterioramento della capacità di competere con successo sui mercati. La domanda interna e in particolare i consumi delle famiglie hanno finora parzialmente contrastato la compressione dei ritmi di crescita, sostenuti dall’indirizzo espansivo della politica di bilancio.
Superato il picco ciclico raggiunto tra la fine del 2000 e i primi mesi del 2001, nell’ultimo quadriennio il PIL italiano è in media aumentato dello 0,9 per cento all’anno, un ritmo inferiore di 4 decimi a quello degli altri paesi dell’area dell’euro.
La competitività dell’industria italiana ha continuato a peggiorare. In base ai prezzi alla produzione la perdita fra il 2000 e il 2004 è stata dell’11 per cento, sostanzialmente analoga a quella media di Francia e Germania.
La crisi dell’attività industriale è essenzialmente riconducibile ai settori delle apparecchiature meccaniche e delle macchine elettriche ed elettroniche, nei quali la produzione tra il 2000 e il 2004 è diminuita del 26 per cento, e dei mezzi di trasporto, dove la riduzione è stata del 17 per cento.
La caduta dell’attività in questi comparti, classificabili tra quelli a tecnologia medio-alta, spiega 3,6 punti percentuali della diminuzione dell’indice complessivo.
L’andamento nei settori del tessile e del cuoio, che più direttamente risentono della concorrenza delle economie emergenti dell’Asia, ha contribuito per 1,9 punti alla flessione dell’indice. È invece aumentata l’attività nei comparti alimentare, della carta, dei prodotti in metallo e del legno, classificabili, come il tessile e il cuoio, tra quelli a bassa tecnologia.
I fattori determinanti della crisi sono da una parte la minore competitività del comparto industriale nei mercati interni ed esteri e dall’altra la maggior domanda mondiale di beni ad alto contenuto tecnologico in cui è insufficiente la presenza dell’industria italiana. La nostra struttura produttiva continua ad essere centrata su prodotti tradizionali a media e bassa tecnologia, registrando così un forte ritardo nell’adozione delle innovazioni tecnologiche da parte della generalità delle imprese.
La perdita di competitività di tali prodotti è riconducibile al sostenimento di maggiori costi alla produzione rispetto a quelli dei concorrenti extraeuropei. La minor competitività va ricondotta alla scarsa concorrenza nell’offerta (materie prime, energia, servizi, ecc.), alla presenza di eccessivi oneri amministrativi e lungaggini burocratiche, alla carenza di infrastrutturazione del Paese e all’inefficiente gestione della logistica e alla scarsa produttività dovuta all’insufficiente innovazione di processo e di prodotto, scarsa formazione e insufficiente diffusione delle tecnologie informatiche.
È evidente quanto le cause della crisi economica siano più di carattere strutturale che congiunturale e spiegano come mai il Paese stenta ad agganciare la locomotiva della ripresa e soffre maggiormente rispetto agli altri paesi dell’Unione.
Le conseguenze che derivano da tale situazione sono le seguenti:
si riduce la dimensione media delle imprese;
peggiorano i bilanci;
i capitali si spostano sui servizi in monopolio;
le nuove unità produttive si realizzano all’estero;
minore attrattività del sistema paese ai flussi di investimenti esteri.
L’analisi indica chiaramente che non potrà esserci sviluppo senza industria e servizi ad alto valore aggiunto.
L’auspicabile ritorno a tassi di crescita più elevati non può prescindere da un rinnovato impegno della politica economica in grado di determinare cambiamenti nella struttura produttiva.
Ciò implica innanzitutto una maggiore dimensione economica delle nostre imprese poiché solamente questa può consentire una maggiore innovazione, una migliore attività di ricerca e sviluppo ed assorbire più manodopera con livelli di istruzione più elevati.
È necessario quindi riportare al centro della politica economica la crescita dimensionale delle imprese industriali. La politica economica deve quindi affrontare poche e precise priorità, in un quadro di stabilità e di compatibilità con i parametri europei, su cui si gioca l’alternativa sviluppo/declino del sistema produttivo del Paese.
Il Documento di programmazione economico-finanziario per gli anni 2006-2009
Il Governo ha varato il Documento di programmazione economico-finanziario per gli anni 2006-2009, dopo che si sono conclusi i lavori del Consiglio europeo dei ministri economici e finanziari (ECOFIN) che ha approvato lo scorso 12 luglio 2005 la raccomandazione della Commissione europea circa l’avvio della procedura nei confronti dell’Italia per disavanzo eccessivo.
Secondo la Commissione l’Italia deve implementare in maniera rigorosa la finanziaria 2005 e fare un aggiustamento strutturale dei conti al netto del ciclo e al netto delle una tantum di almeno l'1,6% complessivo nel corso del prossimo biennio.
I dati stimati dalla Commissione evidenziano un disavanzo attestato al 3,2% del PIL nel 2003 e nel 2004 che dovrebbe mantenersi ben al di sopra del valore di riferimento del 3% del PIL, previsto dal trattato, nel 2005 e nel 2006 nell’ipotesi di politiche invariate. Con un livello pari a circa il 107%, anche il rapporto debito/PIL è nettamente superiore al valore di riferimento del 60% indicato nel trattato e invece di diminuire ha ripreso a crescere in questi ultimi anni.
La Commissione ha raccomandato che la situazione di bilancio venga corretta al più tardi entro la fine del 2007 tramite misure strutturali. Tale Raccomandazione è stata fatta propria dal Consiglio Ecofin. La correzione del disavanzo eccessivo dovrebbe inoltre essere inserita in un’ampia strategia di riforme volte a risolvere i problemi strutturali che gravano da oltre un decennio sull’economia italiana.
Il Documento di programmazione economico-finanziaria contiene le indicazioni date dalla Commissione circa l’aggiustamento dei conti pubblici affinché avvenga una diminuzione del disavanzo, al netto del ciclo e delle una tantum, di -0,8% nel 2006 e -0,8% nel 2007, in modo di andare sotto il 4% nel 2006 e sotto il 3% nel 2007.
Le previsioni per il 2005 e il quadro programmatico definito dal Governo nel DPEF 2006-2009 sono di seguito sintetizzati:
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Indicatori |
2005 |
2006 |
2007 |
2008 |
2009 |
|
Pil |
0,0 |
1,5 |
1,5 |
1,7 |
1,8 |
|
Indebitamento netto P.A |
-4,3 |
-3,8 |
-2,8 |
-2,1 |
-1,5 |
|
Saldo primario |
0,6 |
0,9 |
1,8 |
2,5 |
3,0 |
|
Debito pubblico |
108,2 |
107,4 |
105,2 |
103,6 |
100,9 |
Nel documento non sono indicati l’andamento tendenziale dei tassi in assenza delle misure correttive, tanto meno i meccanismi di copertura del disavanzo e, soprattutto, l’entità della manovra per assicurare un migliore sviluppo dell’economia.
Nel Documento di programmazione economico-finanziaria per 2006-2009 sono indicati 5 classi di intervento, senza però dettagliare né le linee e né le cifre:
potenziamento della domanda e delle infrastrutture, accelerando gli investimenti in opere pubbliche;
maggiore concorrenza nel mercato dei beni e servizi (deregolamentazione, semplificazione, attrazione investimenti dall’estero; rafforzamento mercato dei capitali attraverso avvio fondi pensione, innovazione e ricerca);
riduzione carico tributario sul prodotto e sul lavoro (Irap);
difesa potere d’acquisto delle famiglie (contratti, tariffe e prezzi);
aggiustamento finanza pubblica attraverso la correzione strutturale dei conti da perseguire con la riduzione della spesa corrente a livello centrale e locale, e con il recupero dell’evasione e delle basi imponibili.
Osservazioni
Benché siano condivisibili le linee di intervento sopra indicati, il giudizio della Confederazione circa il raggiungimento degli obiettivi fissati rimane sospeso fino a quando il Governo, attraverso il disegno di legge finanziaria, espliciterà meglio gli interventi di aggiustamento dei saldi di finanza pubblica e di crescita e sviluppo dell’economia.
Con il DPEF il Governo propone nel complesso una politica economica che da una parte sia in grado di ridurre il disavanzo pubblico di circa 11 miliardi di euro l’anno e dall’altra di rilanciare la crescita economica, non più eludibile vista la previsione economica che per il 2005 attesta la crescita del PIL pari a zero.
Infatti, come giustamente è evidenziato nel DPEF, la correzione dei saldi di finanza pubblica dipende molto dal tasso di crescita del PIL.
Dopo due trimestri caratterizzati da una forte recessione dell’economia, si percepisce l’arresto della discesa. Questo può essere anche attribuito all’ultimazione del processo di assestamento condotto in questi ultimi quattro anni dalle imprese che hanno dovuto ridurre all’estremo i costi di produzione, recuperando così un margine fisiologico di produttività.
Il processo ha però operato una selezione naturale delle imprese lasciando molte vittime lungo il percorso di risanamento.
Questo da solo non può assicurare la crescita dell’economia per il prossimo anno che il Governo stima nell’1,5% annuo.
C’è un bisogno assoluto di modificare le condizioni generali dell’economia.
In questi quattro anni l’attività governativa non ha avuto finora quel carattere di incisività occorrente a contrastare in maniera efficace la caduta della produzione e dei tassi di crescita tra i più bassi dal dopoguerra, la riduzione dei consumi e un clima di sfiducia ed incertezza tra gli italiani.
La manifesta difficoltà del governo di ricondurre stabilmente sotto controllo la spesa pubblica al netto degli interessi si proietta negativamente sulle prospettive dei conti pubblici, soprattutto considerando che il precario equilibrio dei saldi conseguito in questi anni ha sfruttato i margini amplissimi e non ripetibili offerti da una rapidissima riduzione dell'onere per interessi sul debito e dal ricorso ad interventi straordinari e non permanenti per importi stimati in poco meno di 100 miliardi di euro nell'ultimo quadriennio (Relazione Corte dei Conti). Le misure una tantum hanno consentito in questi anni di non salire sopra la soglia del 3 per cento ma il deficit di fondo è sopra quella soglia da molti anni, come è attestato nell’ultima relazione della Corte dei Conti.
È altresì logico attendersi che le correzioni effettuate da EUROSTAT al rapporto deficit/PIL si ripropongano anche per il prossimo anno atteso che talune voci di spesa come quelle relative all’ANAS, e alle Ferrovie dello Stato sono state riclassificate in capo al Bilancio Pubblico, in virtù del fatto che tali entità di spesa benché giuridicamente di diritto privato sopravvivono grazie alle provvidenze statali.
L’importante obiettivo di definire a fine legislatura interventi in grado di ridurre l'incidenza della spesa corrente sul PIL, di accrescere gli investimenti pubblici e di realizzare la diminuzione del carico fiscale sulle imprese per il prossimo triennio è poco credibile.
È fortissimo anzi il rischio che per l’anno prossimo cresca ulteriormente il disavanzo pubblico trasferendo l’onere del risanamento e delle scelte draconiane a chi guiderà il Paese nella prossima legislatura.
Inoltre, la manovra di correzione dei saldi di finanza pubblica non è ancora definita nei suoi addendi. La correzione è, come detto, misurata in circa 11 miliardi di euro. Quale sarà la sua composizione ancora non è stata annunciata.
Nell’illustrare il Documento alle parti sociali, il presidente del Consiglio, on. Silvio Berlusconi, e il ministro dell’economia e delle finanze, prof. Domenico Siniscalco, confermando la misura della correzione per il 2006 nello 0,8% del PIL, hanno sottolineato che ciò sarà possibile senza ricorrere all’aumento delle aliquote fiscali ma grazie ad un’azione di contrasto all’evasione e ad una più efficace ed equilibrata applicazione del tetto di crescita della spesa pubblica, ricorrendo solo ad interventi che non frenino lo sviluppo dell’economia.
Si ipotizza che dovranno comunque attendersi misure di aumento delle entrate (innalzamento delle aliquote IVA e/o di quelle relative alla tassazione delle rendite finanziarie) se è vero che verranno ridotti il carico tributario e il costo del lavoro sulle imprese (Irap) e sostenuto il potere d’acquisto delle famiglie (rinnovi contrattuali, trasparenza dei prezzi e contenimento delle tariffe).
Nel documento, infatti, c’è solamente un richiamo generico all’aggiustamento strutturale che guardi al ciclo economico e alla qualità della finanza pubblica, in modo che gli aggiustamenti strutturali previsti possano determinare una stabile convergenza della finanza pubblica verso i valori di riferimento.
Infine, manca qualsiasi riferimento puntuale circa l’avvio di azioni propulsive al miglioramento del tasso di crescita dell’economia.
Occorre operare sul lato dell’offerta e non sulla domanda per rilanciare la crescita dell’economia attraverso il miglioramento delle condizioni di competitività delle imprese soggette alla concorrenza internazionale.
Sul versante dei costi che le imprese sono costrette a sostenere è possibile intervenire sulla riduzione dell’IRAP e del Costo del lavoro attraverso l’abbattimento degli oneri contributivi (che non è previsto neanche a fronte della destinazione del TFR alle forme pensionistiche complementari) e dall’altro intervenire sui fattori di mercato attraverso l’accelerazione del processi di liberalizzazione e di concorrenza che consenta la riduzione dei costi relativi agli input di produzione.
La questione dell’Irap
La strada da percorrere passa attraverso la riduzione dell’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP) che colpisce la componente del costo del lavoro a carico delle imprese. Dati i vincoli di bilancio per poter ridurre l’Irap il Governo dovrebbe ridurre la spesa pubblica di carattere corrente e non ipotizzare il recupero di imposte fondato principalmente attraverso l’inasprimento della lotta all’evasione. Non è possibile pensare di recuperare la copertura delle minori entrate e/o delle maggiori spese attraverso il potenziamento degli automatismi accertativi (Studi di settore, redditometro, ecc.) o l’inasprimento degli adempimenti dichiarativi. La lotta all’evasione fiscale e al sommerso è una guerra che va combattuta giornalmente, costantemente e insistentemente attraverso indagini e verifiche puntuali della posizione dei contribuenti. La lotta all’evasione e al sommerso risulterà positiva ed efficace se le disposizioni tributarie e previdenziali fossero chiare ed applicabili, se l’amministrazione finanziaria fosse ben organizzata e in grado di vigilare costantemente sulla corretta applicazione delle norme da parte della generalità dei contribuenti.
Per quanto possa essere efficace e tempestiva la lotta all’evasione e al sommerso, non è possibile per lo Stato contabilizzare le maggiori entrate prima di averle incassate. È noto che tra l’accertato e l’incassato trascorre un certo periodo di tempo poiché, essendo assicurato il diritto alla difesa ai contribuenti occorre che si svolgano tutti i gradi della giustizia tributaria.
La copertura pertanto non può essere rimessa al disavanzo, cioè non può essere rappresentata da qualche frazione di punto di disavanzo in più nel rapporto disavanzo/PIL, ma deve trovare una stabile riduzione di spesa corrente.
La regola del 2%
A grandi linee, sembra che il Governo intenda effettuare interventi sulla dinamica della spesa corrente attraverso una maggiore flessibilità nell’applicazione del meccanismo del 2% ai tetti di spesa. Si tratta della cosiddetta regola del 2 per cento, introdotta con la legge finanziaria 2005, che fissa un limite all'incremento nominale della spesa delle amministrazioni pubbliche rispetto ai valori di preconsuntivo del 2004. Si tratta però di una regola che può operare a breve termine altrimenti a lungo andare tende a bloccare l’attività della Pubblica Amministrazione, poichè tale meccanismo non incide sul quadro normativo e programmatico alla base delle esigenze di spesa. Ogni spesa, infatti, si fonda su una norma legislativa che l'autorizza. Un abbassamento permanente dei livelli di spesa esigerebbe la riconsiderazione della legislazione di spesa.
Inoltre, la spesa pubblica, ricomprendendo una miriade di soggetti (Stato, Regioni, Province, Comuni, Enti pubblici, ecc.) aventi ognuno un diverso sistema di contabilizzazione, è spesso misurata ex-post. Pertanto solo alla fine dell’anno finanziario è possibile verificare la tenuta dei conti pubblici e l’eventuale raggiungimento o scostamento degli obiettivi.
La spesa per il personale
Oltre alla necessità di contenere la spesa in materia di consumi intermedi c’è anche quella relativa alla spesa per il personale. La spesa per il personale, secondo quanto constatato dalla Corte dei Conti, è aumentata continuamente negli ultimi anni:
nel 2001 il reddito da lavoro dipendente era pari a 131 miliardi,
nel 2002 è passato a 136 miliardi,
nel 2003 a 143 miliardi,
nel 2004 a 148 miliardi.
Analogamente c'è stato un aumento delle retribuzioni lorde, che è andato al di sopra del tasso d'inflazione e dell'aumento del PIL.
Uno dei motivi dell’aumento della spesa per il personale è dipeso dalla circostanza che la diminuzione del personale, prevista nel programma di Governo degli ultimi anni, non si è verificata. Il numero dei dipendenti è andato crescendo: si è avuto il massimo della crescita, pari a 80 mila unità, dal 2000 al 2001, ma anche negli anni successivi c'è stata una continua crescita, mentre una leggerissima diminuzione, pari a 8 mila unità, è avvenuta nel 2004 rispetto al 2003. Nonostante il blocco delle assunzioni sono state concesse numerose deroghe rispetto al principio generale del blocco.
Secondo la Corte dei Conti, il fatto che il numero dei dipendenti sia rimasto invariato è particolarmente preoccupante, se si considera che nel frattempo sono notevolmente aumentate le cosiddette esternalizzazioni di alcuni servizi, soprattutto a livello locale, dove si è ricorso anche allo strumento delle società partecipate, le quali esercitano servizi e funzioni che prima venivano esercitati direttamente dall'ente pubblico.
Si tratta quindi di lavoro pubblico esercitato da dipendenti privati.
Le operazioni una tantum
La raccomandazione dell’Unione europea impone al Governo di adottare misure strutturali di correzione dei conti pubblici, affinché il sentiero di rientro risulti stabile nel tempo. Tale raccomandazione esclude quindi il ricorso ad operazioni "una tantum" che hanno la caratteristica di alleviare solo nel breve periodo lo stato dei conti rinviando agli anni successivi la correzione strutturale.
Nel Documento di programmazione economico-finanziaria per gli 2006-2009 non vi è alcun cenno all’esclusione di tale tipo di operazione.
L’assenza indica che il Governo si riserva di varare eventualmente tali misure con grave pregiudizio dello stato di salute della finanza pubblica poiché il mancato raggiungimento della minore spesa e/o della maggiore entrata si esplicherebbe in un aumento dell’indebitamento (deficit expensive). In questo caso il Governo mancherebbe di rispetto al Patto di stabilità e crescita, nella sua nuova versione.
La riforma degli incentivi
L’articolo 8 del decreto legge 14 marzo 2005, n. convertito, con modificazioni, nella legge 14 maggio 2005, n. 80 detta nuove disposizioni per la concessione delle agevolazioni per investimenti in attività produttive.
Il contributo in conto capitale è inferiore o uguale al finanziamento creditizio, composto per pari importo da un finanziamento pubblico agevolato e da un finanziamento bancario ordinario a tasso di mercato.
Appare modesto l’obiettivo di mantenere il volume di investimenti attivato nel biennio 2003-2004 (tra l’altro connotato da scarsi livelli rispetto agli anni precedenti). Si deve piuttosto tendere ad attivare un volume nettamente superiore attraverso la leva finanziaria. Per ottenere ciò è necessario che la riduzione del contributo a fondo perduto sia comunque accompagnata da un aumento della copertura nominale degli investimenti attraverso il finanziamento.
Alcuni principi guida dovrebbero ad ogni modo essere garantiti nel nuovo sistema:
certezze per le imprese beneficiarie, in particolare, circa il sicuro utilizzo del mutuo a fronte della realizzazione dell’iniziativa;
regole uniformi per quanto concerne le intensità di aiuto;
massima semplicità e trasparenza;
autonomia tra le parti circa le modalità dei finanziamenti bancari (tasso variabile o fisso, durata);
mantenimento in capo alla P.A. della determinazione dell’intensità di aiuto;
equilibrio nei rapporti banca-impresa.
Su quest’ultimo punto in particolare si sottolinea la necessità che l’impresa costituisca la "centralità" del nuovo sistema di incentivazione. Non può essere condivisa una logica che veda la banca concessionaria essere il soggetto che univocamente definisce le complessive condizioni contrattuali (entità del finanziamento, durata, ecc.), previa istruttoria del merito di credito, alle quali si attesteranno poi la Cassa DD.PP. ed i Ministeri per le parti di rispettiva competenza.
In termini di difforme intensità di aiuto è dimostrabile, infatti, che il solo effetto di una diversa "durata" decisa dalla banca (anche per il finanziamento agevolato) può comportare, ad esempio, per una media impresa localizzata in Campania, una diversa intensità in ESL dell’agevolazione, stimabile in oltre 3 punti percentuali per lo strumento L. 488/92 e in oltre 11 punti percentuali nel caso della ricerca.
Con la modifica in atto delle forme di agevolazione, l’intensità dell’aiuto prevista dagli strumenti esistenti verrebbe, di fatto, notevolmente ridotta. Inoltre, sulle imprese verrebbero a ricadere ulteriori costi rispetto al passato (spese istruttorie, merito del credito, oneri e spese connesse ai finanziamenti ricevuti, garanzie, ecc.) che ridurrebbero aggiuntivamente l’entità della agevolazione.
È auspicabile che il finanziamento agevolato risponda a effettive finalità di sostegno e non ad esclusive valutazioni di merito creditizio. Ove così non fosse, l’incentivo perderebbe di efficienza ed efficacia.
La banca concessionaria dovrebbe limitarsi a fare l’istruttoria del merito di credito e, tutt’al più, indicare entro quali condizioni di massima è disponibile a fissare le condizioni per l’erogazione del finanziamento bancario, comunque, sulla base di alcuni criteri "guida" fissati dal Ministero (ad esempio fissazione di paletti o margini entro i quali le banche possono operare.
Mezzogiorno
La fotografia dell’economia del Mezzogiorno dell’ultimo decennio evidenzia una situazione del settore industriale in linea con il generale ritardo dell’area ma che contemporaneamente lascia intravedere segnali di crescita. Infatti, in controtendenza rispetto alle regioni del Centro-Nord, in quelle del Mezzogiorno aumentano sia il numero delle imprese che il numero degli addetti occupati nell’industria.
Nel 2003, il prodotto interno lordo del Mezzogiorno è aumentato ad un tasso dello 0,3%, un valore di poco superiore a quello del Centro-Nord (+0,2%) e decisamente inferiore a quello registrato nel 2002 (1,1% a fronte dello 0,1% nell’altra parte del Paese).
L'economia del Mezzogiorno, come rilevato dalla Svimez, sembra aver perso, nella fase più recente, quella "relativa protezione" rispetto al ciclo internazionale, di cui, per la sua minore integrazione nel mercato globale, aveva potuto giovarsi nel 2002, primo anno di stagnazione dell’economia mondiale.
Gli andamenti del 2003 evidenziano dunque un mutamento di tendenza nelle regioni meridionali. E’ questo il dato di fondo su cui è necessario concentrare la massima attenzione, al fine di valutare quanto degli andamenti descritti sia dovuto a fattori di natura congiunturale e quanto, invece, costituisca un primo, significativo segnale delle accresciute difficoltà competitive dell’apparato produttivo meridionale, ma anche di quello nazionale, in un quadro macro-economico internazionale in assai rapido mutamento.
Si vanno profilando quindi le difficoltà per l’economia del Mezzogiorno nel rispondere alle sfide di dell’accresciuta competizione sui mercati.
I dati Istat sulla crescita del Mezzogiorno sembrano comunque confermare anche nel 2004 il trend positivo, seppure modesto, degli scorsi anni. Il Sud cresce più del resto del Paese: per il 2004 l’incremento si attesta intorno all’1 per cento.
Le previsioni di crescita per il 2005 indicano un andamento del Pil simile a quello nazionale.
I motivi del ritardo dello sviluppo economico del Mezzogiorno sono unanimemente attribuiti a pochi e definiti fattori:
la scarsa dotazione infrastrutturale e la bassa qualità dei servizi pubblici;
il degrado ambientale (corruzione, criminalità, sicurezza, qualità della Pubblica Amministrazione);
l’assenza di una logistica efficiente che compensi la posizione geografica decentrata rispetto ai grandi snodi commerciali;
la scarsa qualità dei servizi alle imprese;
la lentezza della giustizia;
l’economia sommersa ed l’illegalità diffusa.
Tutto ciò configura un ambiente poco favorevole allo sviluppo delle imprese locali e alla capacità di attrarre investimenti con riflessi pesanti, talora proibitivi, nelle condizioni di accesso credito.
Una seria politica di sviluppo dovrebbe quindi essere orientata al proseguimento ed al rafforzamento del processo di industrializzazione del Mezzogiorno, come premessa per una maggiore competitività dell’intero sistema economico e condizione essenziale per lo sviluppo di un terziario pubblico e privato innovativo.
Tra le aree prioritarie di intervento è possibile individuarne alcune che assumono rilievo centrale ai fini del rilancio della competitività del territorio meridionale: la politica degli incentivi agli investimenti collegata a quella regionale europea, il miglioramento delle infrastrutture, il rapporto banche-imprese, l’innovazione e ricerca e la sicurezza.
Nel documento di programmazione economico-finanziaria per gli anni 2006-2009 non sono indicati nuovi interventi ma sono richiamati quelli già esistenti.
Internazionalizzazione
Nel contesto attuale di rilancio del processo di globalizzazione dei mercati mondiali, considerate le dinamiche calanti sul fronte della domanda interna, l’investimento del governo a sostegno dei processi di internazionalizzazione può rappresentare l’elemento di traino per far uscire l’Italia dall’attuale periodo di stagnazione e rilanciare lo sviluppo. Infatti, l’internazionalizzazione del nostro sistema paese è tra le più basse nel gruppo di paesi avanzati. La nostra economia appare ancora troppo mercantile, troppo poco internazionalizzata e poco presente nei comparti più dinamici ad alto contenuto tecnologico.
A tal fine, la Confederazione propone di seguito alcune misure per il rilancio dell’export e per il recupero di competitività delle nostre imprese.
In primo luogo, il grado di dipendenza dall’estero delle nostre imprese per quanto riguarda le materie prime rende particolarmente fragile un Paese che poggia la propria economia sui processi di trasformazione industriale.
Al riguardo è auspicabile elaborare politiche di approvvigionamento mirato, attraverso la creazione di centrali d’acquisto, nonché monitorare i flussi di rifiuti o scarti di produzione che possono essere considerati come materia prima strategica e tenere sotto osservazione i canali distributivi per evitare dannose speculazioni commerciali.
E’ necessario inoltre intensificare le azioni a sostegno dell’internazionalizzazione delle imprese, attraverso misure semplici ed efficaci, con minimo impatto burocratico e con procedure chiare, operando sia dal lato della promozione che da quello della protezione attraverso il rifinanziamento di strumenti innovativi, come i recenti studi di fattibilità per attività all’estero previsti nella Finanziaria 2005 ed il sostegno all’aggregazione delle Piccole e Medie Imprese sui mercati internazionali, incentivando i modelli consortili ed attivando nuove forme di sostegno alla loro attività di promozione sui mercati esteri, e ridefinendo gli strumenti attualmente esistenti.
Occorre inoltre stimolare l’insediamento duraturo delle PMI all’estero attraverso contratti di affitto pluriennali per la costituzione di aree attrezzate specialistiche/di nicchia, con un coordinamento ed un’assistenza operativa per l’avvio di punti vendita all’estero pensati per una particolare categoria merceologica o filiera produttiva anche in una ottica di distretto.
Per ciò che concerne l’attività di protezione, si auspica un rafforzamento dell’operatività dell’Agenzia delle Dogane al fine di snellire i controlli presso le dogane e facilitare l’attività delle aziende, nonché una maggiore diffusione della cultura brevettuale e della tutela del marchio anche investendo su progetti congiunti tra Università ed Imprese per facilitare il trasferimento tecnologico, ed indirizzare l’attività imprenditoriale verso segmenti a più alto valore aggiunto che possano assicurare al paese un vantaggio comparato maggiore.
Infine, occorre rendere competitivo l’intero Sistema Italia, che sconta ancora forti inefficienze di tipo amministrativo ed operativo che lo rendono scarsamente attraente. La riduzione dei costi logistici per le piccole e medie imprese italiane, ottenibili anche realizzando infrastrutture sul territorio quali distretti e interporti, rappresenta una delle leve per dare competitività alle nostre imprese e per aiutarle ad operare in modo sistemico.
E’ importante inoltre sottolineare come il rafforzamento del mercato interno europeo attraverso un’intensificazione dei rapporti con i paesi del bacino mediterraneo sia una condizione indispensabile per la creazione di un blocco commerciale euromediterraneo prevista per il 2010, capace di dialogare con forza con le altre entità di grandezza e potenza comparabili quali la Free Trade Area of the Americans (FTAA) e i paesi dell’Afta (zona di libero scambio dell’ASEAN più Cina, Giappone e forse India). In tale contesto il Sud Italia può assumere il ruolo di centralità che gli compete per posizione geografica, che lo pone come naturale anello di congiunzione tra l’Africa e l’Europa. Ma a tal fine è necessaria una strategia pubblica di ampio respiro, connotata da coerenza e stabilità degli interventi, in particolare nel settore delle infrastrutture, della logistica ("le autostrade del mare") e della distribuzione.